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28 giugno 2008

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POLYNÉSIE ARTS ET DIVINITÉS 1760-1860
Musée du Quai Branly, Paris, du 17 juin au 14 septembre 2008
Cette exposition rassemble plus de 250 œuvres polynésiennes des XVIIIe et XIXe siècles, rarement exposées, provenant de grands musées européens : images divines étonnantes, ornements d’ivoire, parures de plumes, textiles décorés
Elle explore ainsi les îles du Pacifique au moment des premiers contacts avec les voyageurs européens, missionnaires ou colons. Les îles de Polynésie (du Grec polys et nesos : « les îles nombreuses ») commencèrent à être explorées il y a 3000 ans, par les premiers voyageurs partis vers l’Est depuis le Pacifique occidental. Au XVIIIe siècle, toute la région incluse dans le « triangle polynésien » (formé par Hawaï, l’île de Pâques/Rapa Nui et la Nouvelle-Zélande/Aotearoa) avait depuis longtemps été peuplée par les « Polynésiens », qui partagent les mêmes racines. Polynésie - Arts et divinités est l’exposition la plus complète qui ait jamais été réalisée sur l’art polynésien : c’est la première fois qu’un aussi grand nombre d’objets sont rassemblés. Ces pièces raresélaborées à partir de matériaux précieux comme plumes, ivoire, néphrite et perlesjouaient des rôles importants dans la vie culturelle et religieuse des Polynésiens, de 1760 à 1860. L’exposition explique le rôle de ces objets dans leur contexte originel, informe le visiteur sur l’histoire des collections représentées, et célèbre le raffinement créatif des peuples qui les ont produits.
Des « Rencontres dans le Pacifique » ?
Les rencontres évoquées par le titre anglais de l’exposition sont de plusieurs types. qu’ils soient allés, les Polynésiens se sont toujours adaptés à des environnements et à des matériaux différents. Ils ont également rencontré d’autres Polynésiens avec lesquels ils se sont alliés, ou en qui ils ont vu des ennemis. Des objets de valeur ont été faits et échangés dans le but d’asseoir et de maintenir d’importantes relations – entre des groupes parents, entre chefferies et entre hommes et dieux. Entre 1760 et 1860, le paysage culturel de Polynésie a changé dans ses fondements. Avant 1760, les Polynésiens entretenaient des relations régulières d’une île à l’autre. Ils ignoraient l’Europe, le métal, les armes à feu et la religion occidentale. Avec l’arrivée des premiers bateaux occidentaux, la majeure partie des îles polynésiennes ont scellé une relation de type colonial, ou précolonial, avec les puissances européennes. En moins d’un siècle, la plupart des Polynésiens subirent diverses épidémies et furent convertis à l’une ou l’autre des formes concurrentes de la religion chrétienne. Pourtant, paradoxalement, de vigoureuses identités culturelles survécurent, et s’y développèrent. Polynésie - Arts et divinités se concentre sur cette période agitée, de 1760 à 1860 : période de contact avec les officiers de la marine européenne, les membres d’équipage, les négociants, les baleiniers, les missionnaires, les voyageurs, les colons, les administrateurs et les artistes, des Européens de tout poil que la destinée a conduits jusqu’en Polynésie. Les relations avec ces visiteurs se sont faites, pour la plupart, par l’intermédiaire d’objets et de matériaux qui circulaient dans les deux sens. Si beaucoup d’objets collectés par, ou donnés à des Européens furent rapportés en Europe et en Amérique du Nord, les Polynésiens reçurent eux aussi des biens qu’ils intégrèrent à leur culture. (Commissaire: Steven HOOPER)




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28 giugno 2008

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Silvia Ginzburg (a cura di), Obituaries / 37 epitaffi di storici dell'arte del Novecento, Electa, 2008, €28

Un volume originale che, attraverso la raccolta di testi dedicati alla memoria di illustri storici dell’arte, ripercorre la storiografia artistica del Novecento.

Sandra Baragli:

Gli “obituaries” sono elogi funebri che, nella variante più tipicamente anglosassone, rievocano il percorso individuale e il carattere della persona scomparsa attraverso il suo approccio all’attività svolta, in questo caso la propria riflessione critica e storiografica sulla storia dell’arte. La portata e l’interesse di questo saggio –a cura di Silvia Ginzburg e con un’introduzione di Nicholas Penny- è evidente già scorrendo l’indice, dove appaiono in veste di autori o di “commemorati” molti dei nomi che hanno “fatto” la Storia dell’Arte europea del Novecento: Venturi che parla di Cavalcaselle, Clark che parla di Berenson, von Schlosser che ricorda Wickoff, Kurz che ricorda von Schlosser, Gombrich che commemora Kurz e così via, passando attraverso l’Omaggio a Toesca scritto da Longhi e quello di Wittkover di Krautheimer….
In queste pagine scritte da allievi e/o amici di grandi maestri, si sottolinea lo sviluppo della riflessione critica, il formarsi di un metodo, l’orgoglio di appartenere a “una scuola”. Spesso sono pagine dalle quali trapela l’affetto, la contiguità di vita, la presa di consapevolezza di quanto è stato dato e quanto si è ricevuto dal proprio maestro. Allo stesso tempo, attraverso il racconto della storia di queste persone che hanno trascorso la propria vita accese dalla passione per l’arte e la conoscenza (nel senso più nobile del termine), si ripercorrono le “scoperte”, le attribuzioni, il lento e faticoso formarsi di una “disciplina”, a cui fa da sfondo la Storia del Novecento.

Queste pagine, infatti, pur non soffermandosi sulla vita privata dei protagonisti, ne rivelano ugualmente il carattere e “l’umanità” attraverso i loro scritti e le loro azioni. Così, ancora nell’ ‘800, il Cavalcaselle che quasi come un pellegrino (”Viaggiava a piedi, a piccole giornate, da un paese all’altro, con il fardello in ispalla infilato a un bastone” scrive di lui il Venturi, p.4) percorre le strade d’Europa per osservare, studiare e rilevare le opere d’arte, è un uomo risorgimentale, che partecipa ai moti di Venezia e alla repubblica Romana. La Grande Guerra incomberà poi sulla vita di altri ricercatori e amanti dell’arte, mieterà molte vittime (tra cui Emile Bertaux) e creerà divisioni momentanee tra i Paesi d’Europa (Wilhelm Bode, uno dei fondatori del Kunsthistorisches Institut di Firenze, scrisse nel 1927: “Che la guerra mondiale abbia mostrato l’Italia dalla parte dei nostri nemici (…) non ci ha distolto dall’intraprendere questa edizione della kultur der Renaissance in Italien di Jacob Burckhardt.
Sappiamo cosa la Germania e il mondo intero debbano a questa cultura, e serberemo sempre la nostra riconoscenza all’Italia per questo, e non tenteremo di dissolvere il richiamo che da sempre attrae noi tedeschi verso quel paese
“. p.36 ). Come in molte altre discipline, il Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale uniranno alla tragicità e al dolore della “catastrofe che colpì il mondo tedesco degli studi con l’ascesa al potere di Hitler” (come la definisce Gombrich, p.125) la possibilità di un confronto tra metodi e scuole diverse: molti saranno gli studiosi d’arte accolti in America e in Inghilterra (dove in questa occasione fu introdotto l’insegnamento della storia dell’arte nelle università) e immenso sarà il patrimonio di conoscenze che gli esuli porteranno con sé: Friedländer, Kurz, Gombrich, Panofsky furono tra quelli costretti a lasciare la loro patria.

Da questo libro ben emerge, quindi, un percorso storico della disciplina attraverso le vite di molti dei suoi più insigni cultori; ovviamente si tratta di una selezione, ma che ben riesce a delinearne i momenti fondamentali, anche perché molti altri grandi nomi, come nel caso di Morelli, si ritrovano descritti in queste pagine perché amici o punti di riferimento degli altri. Vivi più che mai appaiono questi grandi Maestri nelle parole di coloro che li ricordano, talvolta anche con toni divertenti (Gonzàles-Palacios che davanti a Zeri, a cui mostra delle foto dell’archivio Berenson da schedare, si sente come “di fronte a una forza ctonia al di là di ogni controllo: mi faceva pensare a Matteo che scriveva sotto dettatura dell’angelo“p. 215), lasciandoci un po’ di nostalgia e, come scrive Nicholas Penny, facendoci sentire “piccoli e limitati, e comunque inadeguati“.




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