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13 luglio 2008

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Eugen Fink
OASI DEL GIOCO
Raffaello Cortina, 2008
Questo classico di Eugen Fink è una rara incursione della filosofia nel territorio del gioco. Che cos'è il gioco? Come si rapporta alla vita? Perché è importante e addirittura essenziale per l'esistenza umana? Il gioco, secondo Fink, è una dimensione che si aggiunge a tutte le nostre esperienze, compreso l'amore, compresa la morte, arricchendole di una distanza, appunto lo spazio speciale di un'"oasi". È un libro che ci dà ancora parecchio da pensare perché apre una moltitudine di problemi. In questa edizione italiana è accompagnato dalla trascrizione di una conferenza (inedita anche in tedesco), in cui Fink riprende i fili principali del suo discorso sul gioco.




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13 luglio 2008

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bureau of public secrets

Jean-Pierre Depétris, estratti da Ken Knabb, l’Internationale Situationniste et la contre-culture nord-américane (gennaio 2008, articolo in corso di pubblicazione su Gavroche)
Un vento di libertà e d’immaginazione è soffiato sull’America del Nord degli anni sessanta, ed in particolare sulla costa occidentale. Si riassumeva nella formula più concisa possibile: do it! È inquietante che quella libertà e quell’immaginazione siano finite per sigillarsi in un’industria dello spettacolo che diviene sempre più una parte pachidermica e strategica del mercato mondiale.
        Dei marginali tentativi di “sbrogliarsela” hanno generato dei modi di vita e delle economie parallele fino a modificare quelli che dominavano. Anche lo sviluppo del personal computer, di internet e della programmazione free sources non hanno seguito un percorso molto diverso.
        L’opera di Ken Knabb, Secrets Publics, è una di quelle che meglio comprendono e descrivono questo doppio processo. Certo, non lo fa come un sociologo o uno “specialista”. Le scienze umane dimenticano che se l’osservazione obiettiva è un fattore importante della conoscenza, l’esperienza lo è ancora di più, poiché da essa dipende in definitiva ciò che vi è da osservare. Knabb parla a partire dalle sue esperienze dirette, per quanto modeste esse siano.
        La controcultura americana era antispettacolare senza saperlo. Questo Ken Knabb lo sapeva. E voleva che lo sapesse. La sua prima vera “azione” fu piuttosto modesta: la distribuzione di un volantino in occasione di una lettura pubblica del poeta Gary Snider, nel 1970.
        “Non abbiamo bisogno di poeti preti”, tale ne era il titolo, come il contenuto. Nella sua opera, Secrets publics, racconta l’avvenimento con la massima sincerità. È evidente che l’autore critica in primo luogo sé stesso come fan di Snyder. Altrettanto evidente è che se la sua critica aveva raggiunto uno scopo e aveva fatto evolvere qualcuno, si trattava in primo luogo di lui stesso.
        Simili notazioni potrebbero apparire ironiche. Ken Knabb ha tuttavia ragione ad insistere; non si comprende realmente qualcosa se non vi si è implicati personalmente. [...]
        Knabb, di una nuova generazione, non è mai stato molto sensibile al contenuto propriamente artistico dell’IS, non più di quanto lo fosse riguardo alla cultura americana. I suoi gusti letterari ed artistici erano contemporaneamente più “classici” (per sua propria ammissione) e più “cosmopoliti”. Ma non è di una questione di gusti il caso di parlare. [...]
        Non è, ad ogni modo, il caso di riportare Knabb all’IS, non più che a Kenneth Rexroth, o alla controcultura degli Stati Uniti. Egli segue, come ha sempre fatto, la sua propria strada senza preoccuparsi molto di etichette e di appartenenze — diciamo semplicemente che la sua strada è passata di lì.
        Questo modo di procedere, senza cercare di assumere le pose di una “personalità”, né di farsi portaparola di qualcuno, ed ancora meno di nascondersi sotto l’anonimato di un “collettivo”, è il segno più distintivo di Ken Knabb. Egli è inoltre consustanziale alle sue posizioni.
        Ne risulta, come secondo segno distintivo, un’estrema chiarezza ed una grande semplicità, che nello stesso tempo lo distingue e lo pone nelle propaggini dei situazionisti. [...]
        In ciò che costituisce il suo stile più personale, il suo marchio, Ken Knabb si ritrova contemporaneamente sia nelle propaggini sia molto distante dall’IS. Meglio ancora, ciò che più lo caratterizza, quella maniera di porsi al centro del mondo e da lì di parlare senza pose e con la massima semplicità, mi pare che sia paradossalmente anche il segno di un più generale cambiamento d’epoca.
        Le idee non sono mai completamente separabili da coloro che le enunciano, dalle loro pratiche e dalle loro esperienze. Non lo sono neanche dal modo in cui sono enunciate e diffuse. Knabb è tra coloro che meglio lo hanno compreso, e meglio sono riusciti nel passaggio da un’epoca ad un’altra. Vi è pervenuto senza averne parlato molto, come se i metodi, la tecnica, fossero impliciti.
        Sa usare perfettamente le risorse del computer e di internet, più “personali”, come i situazionisti erano stati maestri di quelle della brochure, del volantino, della rivista, più tipiche del “gruppo”, e nell’adeguazione del contenuto ai mezzi messi in opera. Tutti i suoi scritti sono in linea, in open source, e in varie lingue, sul sito del Bureau of Public Secrets, come le traduzioni dall’Internazionale Situazionista e una buona parte delle opere di Kenneth Rexroth.
        Se ne potrebbe concludere, lo si crede sovente, che il cambiamento d’epoca di cui parlo sia determinato dalle nuove tecnologie della comunicazione, e forse anche dalle imprese che le commercializzano. Ma sarebbe dimenticare un po’ troppo presto che tutto era già in opera al tempo del ciclostilato e poi della fotocopia. Sarebbe ignorare soprattutto nessuna tecnica permette di sapere a che e come se ne serve l’economia.
        Quando lo si sa, si fa dimenticare. Se basta per questo pagare cari gli utensili hardware e software, o essere bravi “in informatica”, la cosa sarà meno rara. I linguaggi di programmazione, il personal computer e internet sono notevoli utensili per utilizzare il segno scritto del pensiero, per permettere a ciascuno di essere al centro di una rete nella quale tutti coloro che vi si raccordano possono essere al centro della loro, per seguire la propria strada senza essere intralciati incontrando quelli che seguono la loro, perché la libertà di ciascuno rafforza, e non limita, quella di tutti. Ancora, è necessario (e quasi sufficiente) che lo si voglia fare!
        Per parlare anch’io per esperienza diretta, raramente ho trovato un modo più efficace e più flessibile di lavorare, tra i tanti, che nei miei scambi con Ken Knabb, in particolare per delle traduzioni. Benché siamo separati da un continente, quanto contrastava con la pesantezza e i tempi morti abituali ad attività comparabili in un quadro più professionale.
        Ancora una volta, una tale notazione potrebbe apparire di scarso rilievo, se non insignificante. Io la metterei volentieri in parallelo con una certa impressione d’irrealismo che suscitano le teorie di Knabb, e che lui non si dà neanche la pena di nascondere. Che vi è infine di irrealistico nelle sue posizioni? Soltanto che una una nuova forma di organizzazione del lavoro umano potrebbe generalizzarsi senza fatica e nella felicità generale.
        Questo sapere “irrealista” non dovrebbe celare quest’altro aspetto più pratico: questo modo di organizzazione, indipendentemente dal fatto che sia più libero, più piacevole e più degno dell’uomo , è efficace ed inventivo? Se lo è più dell’organizzazione coercitiva e gerarchica che lo blocca, prenderà il tempo che gli servirà, ma si generalizzerà.  (trad. di Omar Wysiam)




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13 luglio 2008

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Sigfrido Bartolini e il suo mondo, Soffici, Sironi, Carrà…... Le favole e il paesaggio italiano

A cura di Elena Pontiggia, Liceo Saracco, Acqui Terme, 29 giugno - 31 agosto 2008
La mostra ricostruisce la figura e l’opera di Bartolini, interprete fra i maggiori, nella sua generazione, del tema del paesaggio italiano e della vita popolare, col suo teatro di figure e il suo intreccio di racconti e di favole. La mostra si allarga anche al mondo dell’artista, testimoniando i suoi lunghi legami di amicizia intellettuale e di sodalizio critico con Soffici, Sironi, Carrà, Rosai, Italo Cremona. Sono presenti in mostra tutte le principali opere di Bartolini, dai coloratissimi monotipi iniziali, carichi di vivaci umori strapaesani (Il merciaio 1948; Barocciaio 1948; Le giostre 1949; La vendita del cavallino zoppo, 1950) ai dipinti, che si incentrano soprattutto sulle marine e sulle architetture silenziose e straniate (Spiaggia deserta, 1961; Marina, 1962; La casa bianca, 1964), fino agli affascinanti e raffinati acquerelli. Non manca una sezione sulla ricerca grafica, che culmina nelle famose tavole per Pinocchio. Sigfrido Bartolini è nato a Pistoia nel 1932, e ha compiuto gli studi sotto la guida, fra gli altri, di Pietro Bugiani. Durante la prima giovinezza può dedicare alla ricerca espressiva solo le ore notturne (di giorno deve lavorare per vivere) e pratica soprattutto il monotipo, una delle poche tecniche per cui è sufficiente la luce artificiale. Alla fine degli anni quaranta conosce Ardengo Soffici, che per primo apprezza il suo lavoro e lo fa conoscere a Carrà. Intanto scrive poesie e comincia a collaborare a giornali e riviste. A partire dai primi anni cinquanta si dedica completamente alla pittura, alternandola a una profonda passione per l’incisione e a un’incessante attività di scrittore, critico e polemista. Bartolini scompare a Pistoia nel 2007. Rinnovando la trentennale tradizione di presentare annualmente esposizioni dei maggiori protagonisti dell'arte moderna italiana, con l'intervento della Regione Piemonte e della Provincia di Alessandria, la mostra, voluta dall’Assessore Carlo Sburlati, è accompagnata da un catalogo Mazzotta con saggi di Elena Pontiggia, Beatrice Buscaroli, Daniela Marcheschi oltre ai consueti apparati critici.




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