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27 agosto 2008

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Massimo Bacigalupo, Le talpe di Moby Dick

Leggere o rileggere Moby-Dick potrebbe essere un bel proposito per l’estate, visto che la fama di libro-mondo, di vero specchio dell’umanità e dell’America alle soglie dell’apocalisse, è affatto meritata. Può dissuaderci la lunghezza, ma in realtà i 135 capitoli sono per lo più brevi, si possono gustare col gelato. E la comicità è una nota ricorrente, accanto ovviamente al sublime e tutto il resto. Ma chi non si destreggia nel bell’inglese del 1851 dovrà servirsi di una delle otto traduzioni integrali disponibili da noi, in primis quella classica del giovane Pavese, che ha un bel respiro d’autore e dunque è tutto sommato da preferire. Una delle più recenti, di Bernardo Draghi (Frassinelli, pp. 758, €12,39), è alquanto meritoria per freschezza e impegno, ed è unica nel contenere una postfazione del traduttore sui criteri addottati nella versione. Così Draghi ci spiega perché ha scelto di rendere il celebre incipit “Call me Ishmael” con “Diciamo che mi chiamo Ismaele”: per sottolineare che Ishmael non è necessariamente il “vero” nome del narratore ma un nome simbolico che egli assume (Ismaele orfano nel deserto). D’altra parte la forza dell’imperativo originale si perde: “Chiamatemi Ishmael” anche in italiano ha molti sensi, compreso quello dell’autonominazione simbolica. Nel presentare una sua lettura scenica di Moby-Dick, Alessandro Baricco ebbe a dire che l’avvio è ammirevole nella sua semplicità, “come dire, mi chiamo Mario Rossi”. Nulla di più sbagliato: Ismaele non è Rossi! Tutto in questo romanzo sarà ricco di valenze, e l’imperativo annuncia che esso è tutto una apostrofe al lettore, chiamato in causa ad assistere alla tremenda vicenda.
    Nella postfazione Draghi racconta come grazie alla rete e altro ha potuto venire a capo di problemi irrisolti nelle precedenti traduzioni e cita l’inizio del capitolo 110,  dove per cercare una falla nella stiva si procede a issare in coperta tutte le botti, scendendo sempre più giù, “mandando quelle moli gigantesche (gigantic moles) da quella nera mezzanotte in alto nella luce del sole” (Nemi D’Agostino). Draghi dopo una lunga discettazione conclude che “moles” sono talpe e traduce “giganteschi talponi”, sostenendo di essere il primo a essersene accorto. Poiché nel 1991 mi è toccato rivedere per Mondadori la traduzione di Cesarina Minoli, ho effettuato un controllo. In effetti, Minoli traduce “moli gigantesche”. Ma la versione da me riveduta, disponibile negli Oscar, legge “quelle talpe gigantesche”. Chissà perché Draghi afferma che l’errore è comune a tutte le traduzioni,  quando invece esso è corretto in quella pubblicata nella collana di tascabili più diffusa in Italia. Visto che tutti i traduttori e revisori hanno distrazioni, sono contento di averla scampata in questa occasione e rivendico le mie talpe... Non per questo sono meno grato a Draghi di avere simpaticamente discusso i suoi procedimenti: se no non mi sarei accorto di questo piccolo nodo. Chissà che esso non incuriosisca qualcuno e gli faccia mettere Moby-Dick (scelga lui o lei la traduzione!) nella sacca da viaggio.

Il Manifesto-Alias”, 9 agosto 2008




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27 agosto 2008

§§

Edmund White

Hotel de Dream

Playground Libri, 2008, €15

E’ il maggio del 1900. A soli ventinove anni, lo scrittore Stephen Crane, l’autore di uno dei romanzi più crudi sulla Guerra Civile Americana, Il segno rosso del coraggio, sta lottando invano contro la tubercolosi. E’ assistito dalla compagna Cora - un tempo tenutaria del bordello di Jacksonville, l’Hotel de Dream - alla quale decide di dettare le pagine di un romanzo già iniziato qualche anno prima, ma che era stato spinto a distruggere per timore di suscitare scandalo e censure: Il ragazzo truccat. Con voce stremata, Crane comincia a raccontare la storia di Elliott, un ragazzo di campagna fuggito da un padre violento, che per vivere nella New York di fine Ottocento, si prostituisce con vecchi signori. Una vita complicata tra sporcizia e malattie, piccoli piaceri e pochi sogni, amicizie tra reietti e disincanto. Questa stessa vita subirà una svolta improvvisa, quando Elliott, in un goffo tentativo di furto, conoscerà Theodore, un bancario grigio e abitudinario, sposato con figli che si innamorerà disperatamente di lui, mettendo a repentaglio la propria vita rispettabile, il proprio lavoro, i propri affetti, in una devozione al proprio desiderio commovente e insensata. Traduzione: Giorgio Testa. “Il tema dell’uomo maturo infatuato di un adolescente ha prodotto numerosi capolavori della letteratura moderna, da Morte a Venezia di Thomas Mann a Memorie di Adriano di Margherite Yourcenar. A questo elenco ora si deve aggiungere Hotel de Dream di Edmund White.”  “Financial Time Magazine” - “La storia è toccante e originale… lo stile del libro è eccentrico, divertente e incredibilmente magnifico… In questo romanzo White è all’apice della sua arte.”  “The Guardian” - “L’immaginazione di White è sbalorditiva… Hotel de Dream riscrive Il ritratto di Dorian Gray, una fiaba sulla dissonanza fra carne e spirito, fra la morale dell’arte e la morale della società.”  “The New York Times” .

 




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27 agosto 2008

§

Béla Balázs

L’UOMO VISIBILE

 
Castoro, 2008, €32

 
Scritto nel 1924, L’uomo visibile è uno dei classici della teoria del cinema. Balázs dà per la prima volta compiuta formulazione alle caratteristiche originali del nuovo mezzo: il particolare apporto dell’attore, il fascino del primo piano, il ruolo del paesaggio e degli oggetti, l’inclinazione verso il fantastico, la nozione di stile. Ma il libro è soprattutto una teoria del «gesto visibile», del volto, del corpo, delle loro più peculiari risorse espressive, riscoperte e rilanciate dall’immagine in movimento in contrapposizione all’astrattezza della scrittura e del linguaggio verbale. Ed è una concezione del cinema come grande dispositivo simbolico, governato, per l’autore, dai medesimi principi dell’espressionismo. Tradotto in un gran numero di paesi (celebre la reazione polemica di Ejzenstejn), ammirato da scrittori come Robert Musil ed Erich Kästner, L’uomo visibile non è mai stato pubblicato in Italia e non è mai entrato davvero nella cultura cinematografica del nostro paese. Questa edizione, curata da Leonardo Quaresima (suo l’ampio saggio introduttivo), lo propone integralmente al lettore italiano, arricchito da un’antologia di testi dell’autore e dalle reazioni critiche che ne hanno accolto l’uscita.




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