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26 luglio 2012

schmitt

Carl Schmitt è famoso per la sua teoria del potere...

(Laura Cervellione, il Tempo”, 25 luglio 2012) Il filosofo di Plettenberg insegnava che la norma è spesso null'altro che un concetto teologico secolarizzato. Ma Schmitt è spesso evocato anche per la sua antitesi amico/nemico, conflitto che appartiene alla politica quale realtà autonoma da ogni altra: etica, estetica, economica. Schmitt sapeva di cosa parlava. Ha vissuto da attore la catastrofe mondiale, sperimentando sulla sua pelle tutti i tipi di potere. Consigliere del Terzo Reich, ha sostenuto filosoficamente Hitler, fornendogli, con la sua teoria del “grande spazio terrestre”, le basi geopolitiche della dottrina del Lebensraum, anche se la sua costruzione nulla conteneva degli accenti nazionalistici e razziali della politica hitleriana. Nel dopoguerra è stato più volte arrestato, internato, detenuto, interrogato per crimini di guerra nel processo di Norimberga. Una volta rilasciato, ha trascorso gli ultimi anni di vita in una sorta di confino spirituale. Di quel periodo sono due dialoghi sul tema del potere e dello spazio pensati per la radio, e effettivamente andati in onda in una serata del giugno 1954 a Francoforte. Protagonisti alcuni personaggi-caricatura dei tempi. A pilotare la dialettica sono, a turno, un anziano navigato, uno studente zelante, uno storico démodé, uno scientista catalogatore e, infine, un progressista trionfalista. Sul filo del divertissement colto comincia il primo dialogo sul potere. Tono che fa contrasto con quello che per l'ex giurista di Hitler era il periodo più buio e amaro della sua esistenza. Schmitt era un Socrate che aveva bevuto la cicuta dell'orrore per se stesso. Per lui il politico dopo la “morte di Dio” era l'unica potenza rimasta a donner e casser la loi, fare e disfare gli ordinamenti giuridici. L'espressione è dell'autore a lui caro Jean Bodin, che così ragionava all'epoca delle guerre di religione, quando Enrico di Navarra, sul finire del Cinquecento, secolarizzava la politica col suo manageriale Parigi val bene una messa. Mezzo secolo dopo la teoria del potere avrebbe ricucito i rapporti con l'artificiale, una pax sigillata dall'impalcatura leviatanica di Hobbes. L'altro dialogo riprende temi già sviscerati in Terra e mare, del 1942, e nel Nomos della terra, 1950. Tutta l'attenzione è sul fattore spaziale (terra, mare, aria) quando il dibattito filosofico tedesco era quasi ovunque concentrato sulla temporalità. Lo spazio spiega invece la storia planetaria, contrapposizione costante tra potenze terrestri e marittime. Soprattutto il mare, elemento temuto nell'Antico Testamento, sfidato dall'Inghilterra del Settecento, è il punto archimedeo. Il saper-essere-oceanici si carica di senso geopolitico e esistenziale. Imbarcarsi sulla nave, recidere ogni legame con la terra, evadere dal perimetro casa-proprietà-famiglia: questa “chiamata” diventa il fattore x della civiltà industriale, straordinario acceleratore di progressi e inventiva. Entrambe le chiacchierate scivolano nella contemporaneità, l'epoca della tecnica. Il dibattito tedesco tra le due guerre era intriso di Kulturpessimismus, che quando toccava la tecnologia diventava per Schmitt una lagna romantica, una tiritera sulla gabbia d'acciaio senz'anima. Mal du siècle a parte, il problema della tecnica si poneva eccome, e secondo lui consisteva nell'impossibilità umana di prendere il timone dei propri supermarchingegni. Per il filosofo è impossibile che le macchine intelligenti contemporanee possano essere oggetto di una contrattazione. Dal Leviatano ai grattacieli della governance mondiale, fino all'atomica: gli uomini sono animali che costruiscono macchine che li surclassano, rendendo vano il tentativo d'instaurarvi partnership o compromessi storici. Non c'è vertice intergovernativo o Nobel per la pace che possa colmare il gap. Quella di Schmitt è una dialettica senza approdi. L'idea non può farsi scudo con alcunché, il Fondamento è andato a fondo. A guardare dietro la facciata normativa ci s'imbatte in una Gorgone, si rischia di rimanere pietrificati. Schmitt aveva digerito fino in fondo la lezione di Nietzsche. Che l'ordine politico non potesse reggersi su alcun sostegno extraumano gli era chiaro. A fortiori, l'essenza della legge è fuorilegge, questa la logica del decisionismo. Nell'era della tecnica le gesta di Ercole sembrano bazzecole, i lupi non spaventano più. Diventate obsolete le metafisiche teologiche o giusnaturalistiche, levati gli spaventapasseri, l'unica teoria del potere accettabile è quella dell'homo homini homo: il potere come fatto relazionale, acquisizione di consenso. Un campo né buono né cattivo. L'analisi schmittiana è senza sentimentalismi e senza cinismi. I veri machiavellici sono quelli che parlano la lingua edificante dei pii. Essere uomo è sempre una decisione, questa la sua lezione.




permalink | inviato da bub il 26/7/2012 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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