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30 giugno 2008

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LEONORA CARRINGTON. LA MARIÉE DU VENT
Maison de l'Amerique Latine, Paris, du 30 mai au 18 juillet 2008

L'exposition « Leonora Carrington. La mariée du vent » se tient à la Maison de l'Amérique latine, du 30 mai au 18 juillet 2008. Elle réunit pour la première fois en France depuis les années 1960 un ensemble d'œuvres — peintures, dessins et sculptures — provenant de collections françaises et mexicaines. Née en 1917, peintre et écrivain anglaise devenue mexicaine, Leonora Carrington a été célébrée par le grand écrivain Octavio Paz, qui voyait en elle « une somnambule échappée d’un poème de Yeats », et André Breton l’a parée des deux dons que Michelet attribuait à la sorcière : celui de « l’Illuminisme de la folie lucide » et « la sublime puissance de la conception solitaire ». Cette exposition présente un ensemble de 55 peintures, dessins, sculptures, réalisés en partie en Europe et principalement à partir des années 1940 au Mexique, ainsi que des photographies retraçant la vie de Leonora Carrington et des éditions des livres écrits par l’artiste. Les œuvres proviennent de collections privées mexicaines et parisiennes. C’est la première exposition personnelle de Leonora Carrington à Paris depuis 1969 (galerie Pierre). "Bon vent, mal vent, je vous présente la Mariée du Vent. Qui est la Mariée du Vent ? Sait-elle lire ? Sait-elle écrire le français sans fautes ? De quel bois se chauffe-t-elle ?
Elle se chauffe de sa vie intense, de son mystère, de sa poésie. Elle n'a rien lu, mais elle a tout bu. Elle ne sait pas lire. Pourtant, le rossignol l'a vue, assise sur la pierre du printemps, en train de lire. Et bien qu'elle lût en silence, les animaux et les chevaux l'écoutaient avec admiration. C'est qu'elle lisait La Maison de la peur, cette histoire écrite dans un langage beau, vrai et pur". (Préface de Max Ernst à La Maison de la peur de Leonora Carrington, 1938). L'exposition « Leonora Carrington. La mariée du vent » s’inscrit dans le cadre de la manifestation « Hommage à Octavio Paz » organisée conjointement avec l’Instituto Cervantes et l’Instituto de México à Paris (juin 2008).




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29 giugno 2008

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Jean-Noel Liaut, Gli angeli del bizzarro, Exelsior 1881

Carlo Romano, “Il Secolo XIX”, 9 giugno 2008 

Edith Sitwell era una signorina inglese appassionata di poesia e cultura moderna.  Coi fratelli, Osbert e Sacheverell, approntò una rivista attenta alle sperimentazioni moderniste. Il suo Façade costituì un importante evento delle performances d'avanguardia nell'Inghilterra degli anni Venti e la sua autobiografia divenne un classico del genere.  Per i distratti la Sitwell si incarnava tuttavia nell'immagine di una secca dama stravagante e nasuta che, immortalata da pregiati fotografi, era usa addobbare il capo con graziosi piccoli turbanti, velette e cappellini di sicuro effetto. Esperta a sua volta delle altrui stravaganze, a lei si deve un libro, British eccentrics, che costituisce una base d'eccellenza per ogni indagine sulle bizzarre peculiarità di taluni abitanti dell'isola di Albione.

Anche Jean-Noel Liaut consacrando il suo Gli angeli del bizzarro (edito in Italia da Exelsior 1881) a "un secolo di eccentrici" deve a un certo punto ammettere come queste peculiarità siano etnologicamente fondate, per quanto dichiarando le intenzioni del libro abbia poco prima affermato l'ovvio, vale a dire che "l'eccentricità non conosce confini". Non è un caso d'altra parte che in questa godibile sequenza di abili schizzi, chi merita un capitolo intero sia un colto e nobile gruppo famigliare inglese, quello delle sei sorelle Mitford, assurto al rango di irrinunciabile vedette nelle conversazioni degli snob ed omaggiato per giunta da commedie e sceneggiati televisivi. Fin da piccole le sorelle si costituirono in una sorta di società segreta ed adottarono fra loro un linguaggio cifrato. Le più giovani divennero una, Unity Valkyrie, l'amica inglese di Adolf Hitler e l'altra, Jessica, una fervente comunista che ammise di aver preso in considerazione l'eventualità di doverla sopprimere - ciò nondimeno fu Unity che cercò di darsi la morte quando il suo idolo mosse la guerra all'Inghilterra. La sorella Diana, per parte sua, fu la moglie di Oswald Mosley, il capo dei fascisti inglesi. Va osservato che alla comunista Jessica si deve quel Sistema di morte americano che indagando la spericolata estetica delle pompe funebri può essere ricordato come un involontario quanto spiritoso capolavoro dell'inchiesta sociologica (oltre ad aver ispirato Il caro estinto diretto per gli schermi da Tony Richardson). La maggiore, Nancy, ci ha lasciato invece alcuni romanzi che raccontano in sostanza le vicende dei suoi originali famigliari, quantunque celati da nomi di comodo (famoso da noi è Amore in climi freddi, riproposto da Giunti qualche anno fa). Per parte sua la mamma da bambina era stata membro di quell'esclusivo circolo di fanciulline stuzzicate dall'autore di Alice nel paese delle meraviglie.

Certi mezzi per farsi notare, come quelli che le Mitford sperimentarono, sembrerebbero tuttavia appannaggio più di intelligenze frustrate e di individui socialmente marginali che di belle ragazze ricche, aristocratiche, erudite, ben alloggiate. Andy Warhol ha rappresentato in modo sommo il genere, giungendo ad influenzare l'opinione pubblica finché essa non l'ha riconosciuto come "genio". Assai prima di lui, e in un diverso contesto, il colpo riuscì perfettamente a Gabriele D'Annunzio, solo che l'italiano, a differenza dell'algida e programmata timidezza del pittore, si consacrò a comportamenti estremi ostentando una sicurezza attraverso la quale accanto al genio letterario (e a quello di far debiti) poté mettere la seduzione, malgrado la bruttezza e il fisico più che modesto. Eppure i ricchi e ricchissimi angeli del bizzarro, dediti in qualche modo ad attività artistiche, sono tutt'altro che pochi, basti pensare a Raymond Roussel, l'autore di Impressioni d'Africa cui erano devoti i surrealisti, che girava per l'Europa a bordo di una "casa viaggiante" insieme a due autisti e al domestico, incaricato per altro di servirgli ad ogni occasione fino a oltre venti portate, consumate dallo scrittore in modo assolutamente solitario, a meno di non considerare la morfina una compagnia. Per le sue stravaganze Roussel aveva del resto trovato ispirazione fin da bambino nei genitori. Si racconta che sua mamma avesse organizzato una lussuosa crociera per raggiungere l'India e che quando col cannocchiale finalmente la inquadrò si mettesse ad esclamare: "Ecco le Indie, capitano torniamo in Francia!". Di fatto noi guardiamo a certe insolite manifestazioni del comportamento alla luce della società di massa e delle relative rapide comunicazioni, ma nel passato erano proprio i ricchi a potersele permettere, o perlomeno ad avere i mezzi per tramandarle. Bisognava esserlo per forza se si voleva costruire un maniero ricco di eclettiche collezioni, dai grandi capolavori ai semplici parafernalia, come quello di Strawberry Hill concepito da Horace Walpole, lo scrittore "gotico" che introdusse il termine "serendipità" a indicare le scoperte casuali. Il ventesimo secolo ha permesso viceversa a un umile postino francese, Ferdinand Cheval, di edificare la fantastica costruzione che i posteri hanno considerato quale massima espressione dell'architettura spontanea, tanto che Andrè Malraux, in veste di ministro, la dichiarò monumento nazionale. Ma a proposito di scoperte casuali, che dire di quella fatta al Bois de Boulogne dalla dimenticata, ricca ed elegantissima scrittrice Daisy Fellowes? La signora stava passeggiando con un amico quando fu colpita dall'adorabile eleganza di alcune bambine. Chiese chi fossero: "le sue" le fu risposto.




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29 giugno 2008

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Antonio Sergio Bessa
OYVIND FAHLSTROM. THE ART OF WRITING
Northwestern University Press, 2008
Oyvind Fahlstrom (1928-76), the Brazilian-born Swedish multi-artist, is one of the mid-twentieth century's most intriguing cultural figures. His work, as profoundly political as it is aesthetic, spans two tumultuous decades in the avant-garde world and comprises concrete poetry (his own innovation), manifestos, plays, performance, filmmaking, paintings, multiple prints, sculpture and installations. Initially, poorly received in Sweden and little appreciated in the English-speaking world, Fahlstrom's role as one of the creators of concrete poetry is now increasingly recognized worldwide.The first study to give this major twentieth-century artist his due, this book serves as both an informative and entertaining introduction to Oyvind Fahlstrom and a valuable critical analysis of some of his most important works. "Oyvind Fahlstrom: The Art of Writing" focuses on how Fahlstrom's early experiments with concrete poetry influenced his later work in the visual arts and offers a close reading of the seminal work "Bord", the series of paintings "Ade-Ledic-Nander", the radio play "Birds in Sweden", the interactive painting "The Painting" (based on Natalie Sarraute's novel "Le planetarium"), and the series of game-paintings based on the board game Monopoly. Bessa's "Oyvind Fahlstrom" is without precedent or parallel as an overview of Fahlstrom art, an assessment of his place in twentieth-century cultural history, and an examination of trends and movements, such as concretism, in which he figures large.




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28 giugno 2008

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POLYNÉSIE ARTS ET DIVINITÉS 1760-1860
Musée du Quai Branly, Paris, du 17 juin au 14 septembre 2008
Cette exposition rassemble plus de 250 œuvres polynésiennes des XVIIIe et XIXe siècles, rarement exposées, provenant de grands musées européens : images divines étonnantes, ornements d’ivoire, parures de plumes, textiles décorés
Elle explore ainsi les îles du Pacifique au moment des premiers contacts avec les voyageurs européens, missionnaires ou colons. Les îles de Polynésie (du Grec polys et nesos : « les îles nombreuses ») commencèrent à être explorées il y a 3000 ans, par les premiers voyageurs partis vers l’Est depuis le Pacifique occidental. Au XVIIIe siècle, toute la région incluse dans le « triangle polynésien » (formé par Hawaï, l’île de Pâques/Rapa Nui et la Nouvelle-Zélande/Aotearoa) avait depuis longtemps été peuplée par les « Polynésiens », qui partagent les mêmes racines. Polynésie - Arts et divinités est l’exposition la plus complète qui ait jamais été réalisée sur l’art polynésien : c’est la première fois qu’un aussi grand nombre d’objets sont rassemblés. Ces pièces raresélaborées à partir de matériaux précieux comme plumes, ivoire, néphrite et perlesjouaient des rôles importants dans la vie culturelle et religieuse des Polynésiens, de 1760 à 1860. L’exposition explique le rôle de ces objets dans leur contexte originel, informe le visiteur sur l’histoire des collections représentées, et célèbre le raffinement créatif des peuples qui les ont produits.
Des « Rencontres dans le Pacifique » ?
Les rencontres évoquées par le titre anglais de l’exposition sont de plusieurs types. qu’ils soient allés, les Polynésiens se sont toujours adaptés à des environnements et à des matériaux différents. Ils ont également rencontré d’autres Polynésiens avec lesquels ils se sont alliés, ou en qui ils ont vu des ennemis. Des objets de valeur ont été faits et échangés dans le but d’asseoir et de maintenir d’importantes relations – entre des groupes parents, entre chefferies et entre hommes et dieux. Entre 1760 et 1860, le paysage culturel de Polynésie a changé dans ses fondements. Avant 1760, les Polynésiens entretenaient des relations régulières d’une île à l’autre. Ils ignoraient l’Europe, le métal, les armes à feu et la religion occidentale. Avec l’arrivée des premiers bateaux occidentaux, la majeure partie des îles polynésiennes ont scellé une relation de type colonial, ou précolonial, avec les puissances européennes. En moins d’un siècle, la plupart des Polynésiens subirent diverses épidémies et furent convertis à l’une ou l’autre des formes concurrentes de la religion chrétienne. Pourtant, paradoxalement, de vigoureuses identités culturelles survécurent, et s’y développèrent. Polynésie - Arts et divinités se concentre sur cette période agitée, de 1760 à 1860 : période de contact avec les officiers de la marine européenne, les membres d’équipage, les négociants, les baleiniers, les missionnaires, les voyageurs, les colons, les administrateurs et les artistes, des Européens de tout poil que la destinée a conduits jusqu’en Polynésie. Les relations avec ces visiteurs se sont faites, pour la plupart, par l’intermédiaire d’objets et de matériaux qui circulaient dans les deux sens. Si beaucoup d’objets collectés par, ou donnés à des Européens furent rapportés en Europe et en Amérique du Nord, les Polynésiens reçurent eux aussi des biens qu’ils intégrèrent à leur culture. (Commissaire: Steven HOOPER)




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28 giugno 2008

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Silvia Ginzburg (a cura di), Obituaries / 37 epitaffi di storici dell'arte del Novecento, Electa, 2008, €28

Un volume originale che, attraverso la raccolta di testi dedicati alla memoria di illustri storici dell’arte, ripercorre la storiografia artistica del Novecento.

Sandra Baragli:

Gli “obituaries” sono elogi funebri che, nella variante più tipicamente anglosassone, rievocano il percorso individuale e il carattere della persona scomparsa attraverso il suo approccio all’attività svolta, in questo caso la propria riflessione critica e storiografica sulla storia dell’arte. La portata e l’interesse di questo saggio –a cura di Silvia Ginzburg e con un’introduzione di Nicholas Penny- è evidente già scorrendo l’indice, dove appaiono in veste di autori o di “commemorati” molti dei nomi che hanno “fatto” la Storia dell’Arte europea del Novecento: Venturi che parla di Cavalcaselle, Clark che parla di Berenson, von Schlosser che ricorda Wickoff, Kurz che ricorda von Schlosser, Gombrich che commemora Kurz e così via, passando attraverso l’Omaggio a Toesca scritto da Longhi e quello di Wittkover di Krautheimer….
In queste pagine scritte da allievi e/o amici di grandi maestri, si sottolinea lo sviluppo della riflessione critica, il formarsi di un metodo, l’orgoglio di appartenere a “una scuola”. Spesso sono pagine dalle quali trapela l’affetto, la contiguità di vita, la presa di consapevolezza di quanto è stato dato e quanto si è ricevuto dal proprio maestro. Allo stesso tempo, attraverso il racconto della storia di queste persone che hanno trascorso la propria vita accese dalla passione per l’arte e la conoscenza (nel senso più nobile del termine), si ripercorrono le “scoperte”, le attribuzioni, il lento e faticoso formarsi di una “disciplina”, a cui fa da sfondo la Storia del Novecento.

Queste pagine, infatti, pur non soffermandosi sulla vita privata dei protagonisti, ne rivelano ugualmente il carattere e “l’umanità” attraverso i loro scritti e le loro azioni. Così, ancora nell’ ‘800, il Cavalcaselle che quasi come un pellegrino (”Viaggiava a piedi, a piccole giornate, da un paese all’altro, con il fardello in ispalla infilato a un bastone” scrive di lui il Venturi, p.4) percorre le strade d’Europa per osservare, studiare e rilevare le opere d’arte, è un uomo risorgimentale, che partecipa ai moti di Venezia e alla repubblica Romana. La Grande Guerra incomberà poi sulla vita di altri ricercatori e amanti dell’arte, mieterà molte vittime (tra cui Emile Bertaux) e creerà divisioni momentanee tra i Paesi d’Europa (Wilhelm Bode, uno dei fondatori del Kunsthistorisches Institut di Firenze, scrisse nel 1927: “Che la guerra mondiale abbia mostrato l’Italia dalla parte dei nostri nemici (…) non ci ha distolto dall’intraprendere questa edizione della kultur der Renaissance in Italien di Jacob Burckhardt.
Sappiamo cosa la Germania e il mondo intero debbano a questa cultura, e serberemo sempre la nostra riconoscenza all’Italia per questo, e non tenteremo di dissolvere il richiamo che da sempre attrae noi tedeschi verso quel paese
“. p.36 ). Come in molte altre discipline, il Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale uniranno alla tragicità e al dolore della “catastrofe che colpì il mondo tedesco degli studi con l’ascesa al potere di Hitler” (come la definisce Gombrich, p.125) la possibilità di un confronto tra metodi e scuole diverse: molti saranno gli studiosi d’arte accolti in America e in Inghilterra (dove in questa occasione fu introdotto l’insegnamento della storia dell’arte nelle università) e immenso sarà il patrimonio di conoscenze che gli esuli porteranno con sé: Friedländer, Kurz, Gombrich, Panofsky furono tra quelli costretti a lasciare la loro patria.

Da questo libro ben emerge, quindi, un percorso storico della disciplina attraverso le vite di molti dei suoi più insigni cultori; ovviamente si tratta di una selezione, ma che ben riesce a delinearne i momenti fondamentali, anche perché molti altri grandi nomi, come nel caso di Morelli, si ritrovano descritti in queste pagine perché amici o punti di riferimento degli altri. Vivi più che mai appaiono questi grandi Maestri nelle parole di coloro che li ricordano, talvolta anche con toni divertenti (Gonzàles-Palacios che davanti a Zeri, a cui mostra delle foto dell’archivio Berenson da schedare, si sente come “di fronte a una forza ctonia al di là di ogni controllo: mi faceva pensare a Matteo che scriveva sotto dettatura dell’angelo“p. 215), lasciandoci un po’ di nostalgia e, come scrive Nicholas Penny, facendoci sentire “piccoli e limitati, e comunque inadeguati“.




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27 giugno 2008

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Mario Dondero
DONDEROAD
Cattedrale 2008

Gli scrittori di Mario Dondero. "Le scelte di fotografie di scrittori e persone di cultura pubblicate in questo libro è commovente. Non solo sono scatti di una persona che ha avuto la costanza e il privilegio di essere presente agli avvenimenti culturali della seconda metà del secolo scorso, ma sono un'entrata gentile nella loro intimità. Spesso, nei commenti che Mario aggiunge alle fotografie, dice "Eravamo amici", "l'ho molto amato". Mario Dondero fotografa ciò che ama. E' la sua forma letteraria. I volti degli scrittori, i luoghi che li rappresentano, i loro gesti nei loro luoghi. A chi guarda resta una impressione profonda, un contesto, molto differente da tutto un mondo in cui ormai anche gli scrittori sono inseriti, fatto di luci, di pose, di tecnica".




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26 giugno 2008

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 AA.VV.
PAESAGGI SONORI

A cura di M. Bull e L. Back
Saggiatore. 2008 

I rintocchi della campana del villaggio nei comuni francesi, le processioni protestanti dell'Irlanda del Nord, «i ritmi affettivi della casa» accompagnati dai suoni della radio in Gran Bretagna, le passeggiate metropolitane con la musica in cuffia nelle città europee. Le feste reggae, le manifestazioni politiche e i rituali religiosi. Ogni giorno regoliamo lo spazio e il tempo tramite il suono perché l'orecchio è senza difese. E l'uomo è sempre in ascolto. «L'alfabetismo ha estromesso l'uomo dalla tribù, gli ha dato un occhio al posto dell'orecchio e ha sostituito il suo sentimento di appartenenza collettiva, totale e in profondità con i valori visivi e lineari e con una conoscenza frammentaria. Di qui una possibile nota di ottimismo: se la civiltà elettronica esalterà di nuovo l'orecchio, il senso della vicinanza, vi è qualche speranza che le divisioni del mondo possano attenuarsi.» Con queste parole Marshall McLuhan nel 1969 descriveva i sensi umani. Perché se vista e udito hanno un ruolo parimenti decisivo nella comprensione del mondo, il campo visivo ha da sempre dominato i dibattiti sull'esperienza culturale. Di conseguenza il modo in cui entriamo in relazione con il mondo e lo pensiamo è sempre stato influenzato più dalla vista che dall'udito. Unendo studi di sociologia, cultural studies, antropologia, filosofia, geografia urbana e musicologia, Paesaggi sonori evidenzia questa «rivalità», indagando come la cultura acustica incida in modo sottile e profondo sulla nostra vita. Dal suono evocativo delle campane di paese al chiasso stridente dei tubi di scarico, ciò che udiamo modifica il nostro stato d'animo e le nostre azioni. E con l'avanzare della tecnologia, il mondo è diventato sempre più rumoroso e inquietante; per difenderci dai rumori, andiamo alla ricerca di nuovi suoni - suoni che calmano, proteggono, alleviano. A partire dal ruolo dell'esperienza acustica in ambito storico e sociale, Paesaggi sonori esamina i rumori della città, la musica, le voci. Esplora, per esempio, i rumori della Belfast divisa, i suoni delle cerimonie tribali fra i nativi d'America, il frastuono urbano nella Londra del Seicento, il potere ammaliante della voce dei dj, quella persuasiva dei leader politici e ci presenta venti punti di vista su cosa significhi conoscere il mondo attraverso il suono. Con un invito: pensare con le nostre orecchie. Un'innovativa antologia che conduce il lettore alla scoperta dei paesaggi sonori del pianeta in tutte le sue forme. Dai rumori della natura che non percepiamo più alle voci distanti dei leader politici, dalle note della musico reggae alla radio troppo alta dei vicini di casa, dalle suonerie dei telefoni cellulari al frastuono delle metropoli: la prima analisi interdisciplinare che privilegia il senso dell'udito a quello della vista, grazie alla quale impareremo ad ascoltare il mondo che lo circonda.




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25 giugno 2008

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CAROL RAMA. L'OCCHIO DEGLI OCCHI. Opere dal 1937 al 2005
Sottoporticato, Palazzo Ducale, Genova, 21 giugno - 28 settembre 2008

Carol Rama è un'artista autobiografica. Ogni personaggio, ogni oggetto che compare sulla scena dell'opera trova il suo riscontro nella storia e nella memoria dell'artista. Palazzo Ducale rende omaggio alla famosa pittrice torinese, per i suoi novant'anni, presentando una mostra antologica di oltre 100 opere, dai lavori iniziali degli anni '30 fino ai più recenti del 2005. Mostra e catalogo, a cura di Marco Vallora, sono accompagnati da interventi di Gillo Dorfles ed Edoardo Sanguineti, di cui sono in mostra anche le poesie dedicate all'amica artista. Protagonista della scena dell'arte nazionale e internazionale del Novecento, Carol Rama ha ricevuto nel 2003 il prestigioso riconoscimento del Leone d'oro alla carriera in occasione della 50ª Biennale di Venezia. La Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale di Genova promuove una mostra antologica di Carol Rama nell'anno del suo novantesimo anniversario della nascita. Sarà presentato un centinaio di opere, dai lavori iniziali degli anni '30 fino ai più recenti del 2005. Mostra e catalogo saranno curati da Marco Vallora, storico e critico dell'arte, che ama esplorare i rapporti tra le arti come quello tra pittura e letteratura, musica e cinema, e che ha esordito ventenne proprio scrivendo di Carol Rama. In tal senso sono stati invitati a intervenire due degli amici più cari – e di più lunga data – di Carol Rama: Edoardo Sanguineti e Gillo Dorfles. L'amicizia tra il poeta genovese Edoardo Sanguineti e Carol Rama nasce alla fine degli anni '40 del secolo scorso e ha trovato espressione in versi e in prosa con saggi critici, testi letterari, acrostici e poesie, che accompagnano fin dal 1964 l'opera pittorica dell'artista-amica. Anche queste poesie saranno in mostra, accanto alle opere che le hanno ispirate. Gillo Dorfles è uno dei fondatori del Movimento Arte Concreta (MAC), a cui Carol Rama aderì nel 1954. L'amicizia tra i due artisti proseguì anche dopo la conclusione del movimento e ha avuto modo di rinnovarsi ancora di recente, in occasione di un'antologica di opere su carta di Carol Rama, curata da Gillo Dorfles presso il Museo di Materiali Minimi d'Arte Contemporanea di Paestum (estate 2007).
La mostra ripercorre la storia della ricerca di Carol Rama, fin dall'Autroritratto con pullover del 1937, le Appassionate e le Dorine degli anni 1930 e '40, attraverso il periodo delle opere "concrete" degli anni '50, i "bricolage" con collages di artigli animali e occhi di bambola degli anni '60 e le "gomme" degli anni '70. Dagli anni '80, fino agli ultimi lavori del 2005, assistiamo al ritorno alla figurazione, con opere che spesso integrano la pittura con il collage di materiali congeniali all'artista. Come una lucida eco, con un occhio al passato e con ironica lucidità. Catalogo in mostra a cura di Skira.




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25 giugno 2008

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Frans De Waaal
PRIMATI E FILOSOFI.Evoluzione e moralità
Garzanti, 2008
Quando qualcuno fa qualcosa di male diciamo che è "un animale". Ma perché non succede lo stesso quando facciamo qualcosa di bene? Primati e filosofi affronta questa domanda esplorando i fondamenti biologia dì uno dei tratti peculiari dell'umanità: la moralità. Portando prove inoppugnabili basate sulla sua ampia ricerca sul comportamento dei primati, de Waal sferra il suo attacco all'idea che la moralità sia uno strato sottile posto a coprire una natura malvagia. Spiega come l'uomo si sia evoluto da una lunga discendenza di animali che si occupano dei deboli e costruiscono forme di cooperazione attraverso negoziazioni tra di loro. Attingendo sia a Darwin sia ai progressi della ricerca scientifica recente, dimostra la forte continuità che vige tra il comportamento umano e quello animale.




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24 giugno 2008

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DANDYSMES- De Barbey d’Aurevilly à Christian Dior
Musée Christian Dior, Jardin Christian Dior - Granville , du 1 Mai 2008 au 21 Septembre 2008
A l'occasion du bicentenaire de la naissance de Jules Barbey d'Aurevilly (1808-1889), qui donna dès 1845 sa première définition au dandysme dans son ouvrage 'Du dandysme et de Georges Brummel', le musée Christian Dior propose l'exposition 'Dandysmes 1808-2008, de Barbey d'Aurevilly à Christian Dior', du 1er mai au 21 septembre 2008. Le parti pris de cette exposition liant littérature, art et mode, est de montrer une interprétation originale de l'apport de l'attitude 'dandy' - courant de mode et de société venant de l'Angleterre de la fin du XVIIIe siècle - associant un raffinement vestimentaire à un esprit décalé et impertinent dans l'univers de la mode.




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24 giugno 2008

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JONATHAN BEECHER

FOURIER. IL VISIONARIO E IL SUO MONDO

Massari, 2008

È un libro celebre in ambito internazionale, una biografia di Charles Fourier (l'utopista presocialista), fatta con criteri moderni e con i grandi mezzi di cui dispongono gli studiosi statunitensi, gli storici in modo particolare. Questo professore di storia dell'Universita' della California (che ha scritto anche una nota per il lettore italiano) si trasferi' alcuni anni fa a Besangon e, lavorando su tutta la documentazione di prima mano disponibile, ha redatto questa monumentale biografia.




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23 giugno 2008

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GENOVAINEDITA PRESENTA L'ANTOLOGIA 2007-2008
Inediti di talento e di prestigio: i versi di Wislawa Szymborska e Alvaro Mutis

Appuntamento conclusivo della stagione 2007-2008 con la presentazione dell'antologia Genovainedita ( De Ferrari Editore ), curata da Tina Cosmai con la Presentazione di Massimo Morasso. L'evento si terrà a Genova mercoledì 25 giugno, alle ore 18.00, al Garibaldi Café via ai Quattro Canti di San Francesco, 40r. Nell'occasione gli autori presenti nel volume leggeranno brani poetici e narrativi, offrendo cos'è nuovamente un saggio della loro forza creativa e della qualità espressiva dei propri testi inediti. Il libro, realizzato anche grazie al contributo della Fondazione De Ferrari e impreziosito dalla suggestiva foto di copertina di Angela Ferrari, raccoglie brani degli scrittori Claudio Bagnasco, Andrea Carraro, Massimo Ceravolo, Marco Ercolani, Marco Ferrari, Giuliano Galletta, Simone Garau e Gian Paolo&Micaela Tonini, e versi dei poeti Stefano Bigazzi, Luisella Carretta, Lucetta Frisa, Alvaro Mutis tradotto da Martha L. Canfield, Gianni Priano, Aurelio Ruggero, Wislawa Szymborska tradotta da Pietro Marchesani e Cristina Unterberger. Fra gli autori più affermati, oltre al premio Nobel Wislawa Szymborska e al grande poeta e scrittore colombiano Alvaro Mutis, l'antologia propone, due importanti scrittori italiani: il romano Andrea Carraro e lo spezzino Marco Ferrari. Ricordiamo che Genovainedita è una manifestazione letteraria, promossa nel 2006 da Tina Cosmai e Riccardo Grozio insieme a Massimo Morasso, Mario Flamigni e Marco Fabio Gasperini che propone settimanalmente a Genova, letture di testi inediti di autori noti ed esordienti.




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23 giugno 2008

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Moritz Schlick
FORMA E CONTENUTO
Bollati Boringhieri, 2008
Moritz Schlick è il filosofo e fisico tedesco che, a partire dal 1925, organizzò il cosiddetto «Circolo di Vienna» frequentato dai maggiori esponenti del movimento neopositivistico. Il saggio Forma e contenuto riprende una serie di lezioni tenute da Schlick a Londra nel 1932, e può essere considerato la più organica esposizione della teoria della conoscenza elaborata dal filosofo in quegli anni.È un testo assai elegante e chiaro che pone l’accento fin dal titolo su una distinzione tipica della filosofia neopositivistica: Schlick sostiene la tesi della radicale inconoscibilità e inesprimibilità del contenuto intuitivamente esperibile e dell’impossibilità di cogliere la natura qualitativa delle cose. L’unica conoscenza effettivamente possibile è quella relativa ai rapporti strutturali tra i fenomeni offertaci dal sapere scientifico. Il libro è completato da due brevi scritti, di respiro più schiettamente speculativo, che danno conto di due aspetti molto importanti dell’empirismo logico: il primo, della polemica con l’interpretazione neokantiana e cassireriana della teoria della relatività; il secondo, della critica alla concezione husserliana e fenomenologica dell’apriori materiale e al bergsonismo. L’introduzione di Paolo Parrini dà il giusto rilievo al pensiero di Schlick discutendone i rapporti con l’opera di altri rappresentanti del Circolo di Vienna nella prima fase del neopositivismo.




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22 giugno 2008

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Giuseppe Zuccarino

il dialogo e il silenzio


Campanotto, 2008, €12,50
I saggi raccolti in questo volume, dedicati a tre importanti scrittori francesi (Mallarmé, Jabès e Blanchot), vertono soprattutto sul silenzio e sul dialogo. Il primo tema appare quando si parla degli spazi bianchi che Mallarmé inserisce nei propri testi al fine di rendere visibile l’assenza di suoni, oppure del deserto in cui l’egiziano Jabès ama soggiornare in completa solitudine. Il secondo viene evocato raffrontando i diversi modi in cui Mallarmé e Jabès concepiscono l’idea di libro assoluto, o esaminando i rapporti di “amicizia a distanza” stabiliti da Blanchot con altri autori dell’epoca, da Michaux a Beckett. L’analisi di due opere narrative blanchotiane consente poi di chiarire che la stessa comunicazione interpersonale si basa sull’alternarsi di comprensione e incomprensione, di confidenza e mutismo. Il discorso sviluppato nei vari saggi, anche quando sfiora argomenti quasi fantascientifici (come quello dell’ultimo uomo), finisce sempre coll’evidenziare che la grande letteratura polverizza i luoghi comuni, sostituendo ad essi una riflessione profonda e originale sul linguaggio, sulla vita e sulla morte. Giuseppe Zuccarino, nato nel 1955, è critico e traduttore. Ha pubblicato varie raccolte di saggi (La scrittura impossibile, Genova, Graphos, 1995; L’immagine e l’enigma, ivi, 1998; Critica e commento, ivi, 2000; Percorsi anomali, Udine, Campanotto, 2002; Il desiderio, la follia, la morte, ivi, 2005) e di frammenti (Insistenze, Genova, Graphos, 1996; Grafemi, Novi Ligure, Joker, 2007). Tra i libri da lui tradotti figurano opere di Mallarmé, Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes.




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22 giugno 2008

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LA MERICA! DA GENOVA A ELLIS ISLAND.
il viaggio per mare ai tempi della migrazione italiana
Galata Museo del Mare,  Genova, dal 20 giugno al 19 luglio 2008

"Da Genova a Ellis Island. Il viaggio per mare ai tempi della migrazione italiana" è la grande mostra sull'emigrazione italiana visitabile a partire dal 19 giugno al Galata Museo del Mare. L'allestimento - 8 sale in 3 gallerie per un totale di circa 1200 metri quadri - che intende mostrare le condizioni di viaggio degli emigranti diretti negli Stati Uniti nel periodo tra il 1892 (anno in cui entra in funzione Ellis Island) e il 1914 (scoppio del primo conflitto mondiale) rappresenta una tappa essenziale nel percorso che il Comune di Genova / Istituzione Mu.MA - Musei del Mare e della Navigazione si è prefisso per la realizzazione del "MEM - Museo dell'Emigrazione", quale sezione all'interno del Galata Museo del Mare.
Dopo il grande successo rappresentato dalla realizzazione della Sala "Piroscafo", una ricostruzione ambientale, che unisce allestimenti marittimi originali ad elementi multimediali (un simulatore navale, completo di videoproiezione, manovrabile dalla timoneria), il Galata Museo del Mare, con il sostegno della Regione Liguria e della Compagnia di San Paolo, sponsor sia della mostra che del nuovo allestimento museale MEM, prosegue sul filone del viaggio tra Otto e Novecento.
Rispetto alle mostre tradizionali sul tema dell'emigrazione, per lo più fotografiche e documentarie, "Da Genova a Ellis Island" vuole far rivivere al Visitatore l'esperienza "emigrazione". Munito di un passaporto e di un biglietto di viaggio, il Visitatore arriverà a Genova e qui incontrerà la realtà di una città che, in pieno sviluppo industriale, vive sull'emigrante eppure lo disprezza e lo considera un problema sociale. Attenderà, come molti, all'addiaccio - magari per giorni - l'arrivo del proprio battello e poi entrerà nella ricostruzione dell'antica stazione marittima di Ponte Federico Guglielmo (oggi è Ponte dei Mille) e, dopo i controlli e le raccomandazioni, potrà salire a bordo del piroscafo di emigrazione.
Come il momento dell'imbarco e della partenza è, nella vicenda dell'emigrazione, l'ora più drammatica, quando si tagliano i legami con la propria terra e i propri affetti, così nella mostra "Da Genova a Ellis Island" il centro emozionale è la grande scena dell'imbarco, con la ricostruzione della Stazione Marittima, del Molo e la fiancata del piroscafo "Taormina" ricostruita nei minimi dettagli a grandezza naturale, sulla scorta dei disegni originali conservati dal museo: e così, fisicamente, il Visitatore salirà a bordo, in cerca della sua cuccetta, nei cameroni comuni (divisi in uomini e donne) o potrà esplorare gli ambienti di servizio: come i bagni, il refettorio, la sala medica, ma anche la prigione - dove venivano rinchiusi i violenti e i clandestini - e l'Ufficio del Commissario di bordo.
Un viaggio negli ambienti del piroscafo d'emigrazione e, contemporaneamente, un vero viaggio "virtuale". Dagli oblò e dalle finestrature sarà possibile vedere il mare, in diverse condizioni di luce, di giorno, al tramonto e durante una notte di luna, e infine passare sotto la Statua della Libertà, il momento del pathos e della commozione. Ma questa non è la fine del viaggio. Il Visitatore, da emigrante, sbarcherà a Ellis Island, l'isola a due miglia da New York: qui entrerà nella Inspection Line, il percorso fatto di visite mediche, interrogatori e test per verificare se possedeva i requisiti per essere accolto in America. E qui verrà ricostruito il percorso, fatto di attese, domande, visite, oltre a mostrare ciò che accadeva a chi non era in regola, o era malato o comunque giudicato non idoneo a entrare negli Stati Uniti. L'ultima scena, infine, apre le porte del Nuovo Mondo o, più esattamente, la città di New York dove la gran parte degli emigranti giunti dall'Europa si fermava alle prese con i problemi concreti del trovare un lavoro, una casa, curare la salute e sbarcare il lunario.
"Per realizzare la mostra Da Genova a Ellis Island - commenta Maria Paola Profumo, Presidente del Mu.Ma - abbiamo sviluppato una coproduzione, tra l'Istituzione Mu.MA e l'Ellis Island Immigration Museum di New York. Il contatto diretto e la collaborazione con anche l'Ambasciata USA in Italia, ha permesso visite, invio di materiale e documentazione. Un contatto importante, perché va ricordato, che gli italiani che passarono a Ellis Island furono oltre 3.000.000, una percentuale enorme sui circa 12.000.000 che tra il 1892 e il 1956 - periodo di funzionamento dell'isola - vi transitarono, il che fa del nostro popolo quello che maggiormente dovette subire le procedure e i controlli di questa fase dell'immigrazione americana".
Se Ellis Island Immigration Museum, struttura visitata ogni anno da milioni e milioni di visitatori, americani e no, luogo simbolo del "melting pot" è il partner di riferimento della mostra, l'elenco delle collaborazioni è molto lungo e qualificato. "La mostra si avvale della collaborazione di alcuni dei centri di studio sull'emigrazione e di raccolta documentaria più importanti in Italia: come la Fondazione Paolo Cresci di Lucca, che ha collaborato per la parte iconografica e documentaria, con l'Archivio Ligure di Scrittura Popolare, diretto da Antonio Gibelli che ha messo a disposizione l'importante e variegata documentazione di lettere e immagini, per lo più di emigranti liguri, o il CISEI - Centro Internazionale di Studi sulla Emigrazione Italiana di Genova. Così come va ricordata la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma che ha messo a disposizione della mostra il dipinto più famoso e significativo dell'emigrazione italiana: "Gli Emigranti" di Angiolo Tommasi. Datato 1895, misura 4 metri x 3 e rapprsenta un grande affresco che mostra l'attesa degli emigranti, uomini e donne, vecchi e bambini, di regioni diverse. E dove li mostra? Proprio a Genova, lungo il Ponte Federico Guglielmo".
Genova, secondo Pierangelo Campodonico che è il curatore della mostra con il collaudato staff di museologi del Galata Museo del Mare, non è un "luogo qualunque dell'emigrazione italiana: è la porta attraverso la quale passano buona parte degli moltre 29.000.000 milioni di italiani che partono per l'emigrazione. E' perciò doveroso realizzare nella nostra città un luogo dove si possa fare memoria di questo".
Collaborazioni scientifiche, ma non solo: "una mostra non è un libro - prosegue Campodonico - pertanto abbiamo posto molta attenzione alle forme espressive: e così siamo stati aiutati dalla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova, che ha messo "in scena" molti dei documenti raccolti, registrandoli, a voce e in video, a creare la straordinaria colonna sonora della mostra, fatta da musiche dell'emigrazione, ma anche e soprattutto da dialoghi, monologhi, testi di lettere, avvisi e avvertimenti che accompagneranno il Visitatore-Emigrante lungo il percorso. Ma anche l'iconografia ha la sua parte, e così l'Istituto Artistico Nicolò Barabino, con il suo corso di ritrattistica ha realizzato la reinterpretazione dei ritratti fotografici di Augustus Sherman, impiegato e fotografo di Ellis Island, le cui immagini rappresentano nel modo più struggente l'ansia e le speranze degli emigranti, ma anche la loro straordinaria varietà etnica e culturale".
Una mostra "diversa", nelle attese del Galata Museo del Mare, destinata a non essere il tradizionale percorso artistico o documentario in uno dei grandi temi del Novecento e della modernità, ma soprattutto "un percorso emozionale, segnato dall'ansia e dalla speranza. Perché la storia dell'emigrazione è una storia di uomini e donne, di persone, di sentimenti. E gli stessi sentimenti che furono dei nostri padri, sono oggi quelli di tanti emigranti tra noi, non dobbiamo scordarcerlo. E' questo il senso di una memoria civile", conclude Maria Paola Profumo.

La "mostra" inizia nelle scale del Museo: il Visitatore è invitato a partecipare a un contesto scenico e ambientale nel quale è inserito lui stesso. L'architettura del Galata Museo del Mare, con le sue passerelle ardite, permette di collocare allegoricamente il passaggio degli emigranti tra "vecchio" e "nuovo mondo". Un filmato, proiettato sulla grande parete che avvolge le scale permette di scorgere i volti dei protagonisti e cogliere brani delle lettere e delle memorie degli emigranti.

Sala 1.
Genova, la porta di partenza.
L'allestimento prosegue con l'obbiettivo di mettere in evidenza la documentazione raccolta grazie al lavoro di ricerca dell'Istituzione Mu.MA e relativa alla città di Genova nel tempo dell'emigrazione: come si attrezzò per ricevere migliaia di persone in partenza, quali problemi sociali e di ordine pubblico queste causarono, quali storie, fatti di cronaca da queste furono condizionati.
Diverse postazioni, alcune multimediali, danno voce ai diversi atteggiamenti sociali: quello dei politici, quello dei giornalisti, quello dei poliziotti e infine quello degli emigranti stessi che, attraverso i brani delle loro lettere e della loro memorialistica, parlano di Genova, dei problemi che hanno incontrato, di come sono stati accolti o respinti.
In questo senso, la ricerca a monte della mostra si è sviluppata su tre direzioni:
a) la documentazione "politica", presso Comune e Provincia di Genova: come le amministrazioni si posero il problema di accogliere, assistere e talvolta soccorrere gli emigranti. Questo nei dibattiti consiliari, negli interventi dei sindaci e dei senatori e deputati della città;
b) la documentazione "amministrativa", per lo più della Prefettura di Genova, in ordine sia ai problemi di accoglienza e ordine pubblico, sia delle procedure da seguirsi per autorizzare l'imbarco: sia la gestione dei casi "rifiutati", cioè gli emigranti che, per mancanza di visto o di insufficiente documentazione, o carenze alla visita medica non venivano fatti partire;
c) la documentazione "giornalistica": in questo quarto di secolo, l'emigrazione a Genova è un problema sentito e i quotidiani e i settimanali ne danno ampio risalto, tra la cronaca e i commenti, oscillando tra gli atteggiamenti di condanna e quelli di filantropia verso i protagonisti della vicenda;

Sala 2
L'attesa.
Genova è il primo e il più grande "terminal" - e quello più a lungo operativo - per la partenza degli emigranti: che non solo arrivano dalla Liguria o dal Nord-Ovest ma, con gli anni, anche dal Nord-Est, dal Sud e dalle Isole. A Genova, a fine Ottocento, le condizioni degli emigranti in attesa sono drammatiche: per non perdere la nave, le famiglie - che spesso hanno venduto tutto - arrivano molti giorni prima della partenza e i ritardi alle partenze allungano questi tempi. La scena che si è deciso di rappresentare è quella di uno di questi "bivacchi" interminabili direttamente sul molo: uomini, donne e bambini per giorni e giorni in attesa della partenza.
L'allestimento comprende il grande dipinto di Angiolo Tommasi Emigranti (1895), isolato in una scena buia, circondato dai sacchi e dalle valigie di chi parte. Un lampione a gas illumina l'attesa.

Sala 3
La Stazione Marittima.
L'attesa è finita. Il piroscafo all'ancora chiama i passeggeri e gli emigranti entrano nella stazione marittima: verifica (disinfezione) dei bagagli, verifica dei passaporti, timbratura dei biglietti. Oltre le finestre, incombe la fiancata della nave.

Sala 4
L'imbarco. La partenza.
Nelle "storie" dell'emigrazione, dove la "grande storia" è in realtà la ricomposizione dell'affresco collettivo di migliaia di storie individuali e famigliari, uno dei topos è rappresentato dal momento dell'imbarco, con l'impatto delle condizioni a bordo e la disciplina e organizzazione che vi regna e dal successivo momento - forse il più triste - quello del distacco, quando la nave lascia gli ormeggi.
Uno specifico allestimento multimediale, teso a individuare con le immagini e con i testi estrapolati dalla memorialistica dell'emigrazione i due momenti della salita a bordo e della partenza, valorizza e rende "emotiva" la percezione del distacco. La ricostruzione scenografica del molo che fronteggia la murata del bastimento, scalandroni e passerelle permettono di accedere a bordo della nave, immergendo il visitatore nel "momento della partenza", quando i vincoli si sciolgono.

Sala 5.
La vita a bordo.
Come si viveva a bordo dei piroscafi dell'emigrazione? La sezione intende rispondere a questa domanda, mostrando l'ambiente fisico del piroscafo e corredandolo di "storie e di voci".
In questo senso la visita a bordo, attraverso semplici sistemi attivati dalla presenza del Visitatore (sensori all'infrarosso), attiveranno dialoghi, monologhi, racconti - desunti dalle lettere e dagli scritti degli emigranti, ma anche dai capitani e dagli ufficiali, come i Commissari dell'Emigrazione e i medici di bordo, che avranno così modo, per "brevi frasi" di raccontare il mondo e la vita a bordo, segnata dall'angustia degli spazi, dalla sporcizia, dalle privazioni - il cibo a bordo non era abbondante - e spesso segnata da malattie e funestata dalla morte.
Si pone l'attenzione su questa parte della mostra: si tratta di una sezione di piroscafo, ricostruita sui piani originali del Galata Museo del Mare, lunga 15 metri, larga 8, alta 6: due piani di ricostruzione dettagliata che comprendono camerate maschili e femminili, bagni, cabine del Regio Commissario e del Medico di Bordo, Refettorio, prigione.
Oltre alla multimedialità rappresentata dai racconti e dall'ambientazione sonora, la virtualità - già efficacemente applicata nel Galata Museo del Mare - permetterà di avere la sensazione e anche la visione di un piroscafo in viaggio, con le varie condizioni del mare e del giorno.

Sala 6.
Storie di viaggio.
Sulla base dei diari di bordo, della documentazione esistente negli archivi, è possibile in questa "sezione conoscitiva" prendere contatto con le vicende dell'emigrazione in mare, come gli incidenti, i naufragi, le avarie e le epidemie nei quali rimasero coinvolti gli emigranti italiani nei loro viaggi verso le Americhe.

Sala 7.
L'arrivo. Ellis Island.
In questa sezione, attraverso fotografie e filmati, ancora una volta integrate dalle voci degli emigranti, si pone l'accento sul momento della "vista di costa", il passaggio sotto la Statua della Libertà (molto presente nei filmati, anche della Fondazione Ansaldo) e l'ormeggio a Ellis Island.
Qui scattano le "procedure" di schedatura, di valutazione degli emigranti e coloro i quali non sono ritenuti adatti vengono respinti e reimbarcati verso l'Italia. Un programma multimediale, permette di essere sottoposti all'Intervista (29 domande con cui si saggiava se un emigrante avrebbe potuto essere accolto negli USA) e di rispondere informaticamente, al fine di verificare direttamente la nostra "ammissibilità".
Sala 8.
Un Nuovomondo.
Se Ellis Island è il "collo di bottiglia" dell'emigrazione italiana negli USA, da lì si parte per le diverse destinazioni.
In quest'ultima sezione, anche in questo caso grazie alla memorialistica integrata da interviste personali, la mostra racconta le differenti "storie" dell'emigrazione: storie di successi, qualche volta storie dolorose. Nella maggioranza dei casi storie di un'affermazione guadagnata giorno per giorno, per sé e per la propria famiglia.
Il messaggio finale che la mostra intende portare è sintetizzato nella riflessione sulla "migrazione" in sé, come movimento profondo, reso necessario dalla durezza delle condizioni di vita, in una terra e in un tempo contingente, e mosso dalla speranza di cambiare queste condizioni. La migrazione è sempre sofferenza: lo è stato per i nostri migranti del secolo scorso, lo è per i nuovi emigranti nell'Europa del XXI secolo. Ma è anche una cartina di tornasole del livello di civiltà: sull'integrazione/emarginazione del "migrante", una società rivela se stessa, i suoi valori e la sua percezione dell'uomo. In questo senso, il rapporto con l'emigrazione è sempre una sfida aperta.




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