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Diario


31 luglio 2008

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Walter Mirisch
I THOUGHT WE WERE MAKING MOVIES, NOT HISTORY

Wisconsin University Press, 2008

Forewords by Sidney Poitier and Elmore Leonard. “Legendary producer, visionary filmmaker, courageous seeker of truth, especially in troubling times.”—Sidney Poitier, from his foreword. This is a moving, star-filled account of one of Hollywood’s true golden ages as told by a man in the middle of it all. Walter Mirisch’s company has produced some of the most entertaining and enduring classics in film history, including West Side Story, Some Like It Hot, In the Heat of the Night, and The Magnificent Seven. His work has led to 87 Academy Award nominations and 28 Oscars. Illustrated with rare photographs from his personal collection, I Thought We Were Making Movies, Not History reveals Mirisch’s own experience of Hollywood in its golden days and tells the stories of the stars—emerging and established—who appeared in his films, including Natalie Wood, John Wayne, Peter Sellers, Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Sidney Poitier, Steve McQueen, Marilyn Monroe, and many others. With hard-won insight and gentle humor, Mirisch recounts how he witnessed the end of the studio system, the development of independent production, and the rise and fall of some of Hollywood’s most gifted (and notorious) cultural icons. A producer with a passion for creative excellence, he offers insights into his innovative filmmaking process, revealing a rare ingenuity for placating the demands of auteur directors, weak-kneed studio executives, and troubled screen sirens. From his early start as a movie theater usher to the presentation of such masterpieces as The Apartment, Fiddler on the Roof, and The Great Escape, Mirisch tells the inspiring life story of his climb to the highest echelon of the American film industry. This book assures Mirisch’s legacy—as Elmore Leonard puts it—as “one of the good guys.”




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30 luglio 2008

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la pulizia etnica della Palestina

Audisio

Fonte: http://www.luogocomune.net/ , 20 maggio 2008

Ilan Pappe, La pulizia etnica in  Palestina, Fazi 2008, € 19

Un evento editoriale sta scuotendo il panorama della storiografia mondiale senza che ciò abbia avuto alcuna eco sui media di regime italiani. In particolare, è uscito anche in Italia l’ultimo lavoro di Ilan Pappe, “La pulizia etnica della Palestina”, Fazi Edizioni. L’autore è un rinomato storico israeliano il cui rigore scientifico e l’assoluta dedizione alla verità storica lo hanno messo in rotta di collisione con l’establishment accademico del suo paese e non solo.
In questo suo ultimo libro Pappe, attraverso l’utilizzo di documenti storici di prima mano quali i diari di Ben Gurion e i verbali delle riunioni del Comitato di Consulta, il massimo organo decisionale dell’Haganà, ossia del Partito-Milizia del movimento sionista, dimostra come l’espulsione dei palestinesi dal territorio che diventerà Israele non sia stato il frutto di una reazione difensiva alle minacce arabe, bensì sia stato programmato, organizzato ed eseguito scientemente dai vertici dell’Haganà.
Addirittura, Pappe dimostra che la de-arabizzazione della Palestina fosse nel programma del sionismo già dalla sua fondazione ai tempi di Theodore Herzl, e che già nel 1936 fosse stato stilato da Ben Gurion il Primo Piano per la pulizia etnica della Palestina, il Piano A (Aleph in ebraico), cui sarebbero seguiti altri piani fino a quello poi effettivamente messo in atto, il Piano D (Dalet in ebraico).
Il libro è veramente sconvolgente per la marea di nefandezze commesse dalla dirigenza sionista che nulla hanno da invidiare agli abomini nazisti. Ad esempio, c’era un apposito archivio gestito con i soldi del Fondo Nazionale Ebraico il cui compito era quello di raccogliere tutte le informazioni utili per la futura distruzione dei villaggi palestinesi e queste informazioni erano ottenute con l’inganno, approfittando della tradizionale ospitalità delle famiglie palestinesi o con l’ausilio di spie o di ebrei travestiti da arabi. Quando poi scatterà il Piano Dalet, le milizie di Haganà e delle bande terroriste Irgun e Stern arriveranno nei villaggi sapendo già esattamente dove colpire, i notabili e i militanti palestinesi da eliminare sul posto, i terreni, le ricchezze e i raccolti di cui appropriarsi. Ma questo è niente.
Nel libro si racconta la verità sul tremendo massacro di Deir Yassin che Haganà lascia alla banda Stern di Shlomo Shamir per mantere il suo (finto) volto “pulito”. 254 palestinesi vengono assassinati senza che abbiano opposto alcuna reazione alla deportazione: tra questi tante donne e bambini tra cui 40 neonati.
Trenta bambini vengono allineati su un muro e crivellati di colpi tra le risa degli assassini di Stern.
Ma gli orrori non si limitano a questo. Haifa è una delle vittime predilette dell’ossessione etnicistica dei sionisti. Prima del 1948, i nazisionisti di Irgun, l’organizzazione terroristica che darà poi vita al partito Likud e che era capeggiata da Menachem Begin, futuro premier di Israele, seguace di Jabotinski e ammiratore di Hitler, compiono numerosi attentati contro la pacifica popolazione palestinese di Haifa che aveva fino ad allora convissuto in piena armonia con gli ebrei. In particolare, si ricorda la bomba lanciata tra i portuali in fila per entrare a lavorare al porto, azione che servì a frantumare il sindacato unico dei portuali che comprendeva sia arabi che ebrei, vero obiettivo della strage in cui morirono una quarantina di lavoratori.
Più tardi, all’inizio della Nakba, Irgun e Haganà si divertiranno a lanciare barili incendiari ed esplosivi dai quartieri residenziali ebraici sui sottostanti quartieri palestinesi al fine di far uscire i palestinesi in strada e crivellarli dall’alto con le mitragliatrici. Non solo, il bombardamento del mercato antistante il porto in cui si era ammassata la popolazione palestinese disperata in attesa di una qualunque barca che li portasse verso la salvezza, somiglia molto al bombardamento del mercato di Sarajevo. Il risultato secondario sarà la morte di molte persone per calpestamento o annegamento su barconi improvvisati.
Ma il libro è pieno di questi orrori, come l’avvelenamento dell’acquedotto di Acri, compiuto da uomini dell’Haganà, che farà scoppiare un’epidemia di tifo tra gli assediati.
La conta finale della Nakba sarà di 531 villaggi palestinesi cancellati dalla faccia della terra, migliaia di morti tra la popolazione civile palestinesi e oltre un milione di deportati.Comunque, vi consiglio di leggere questo libro anche perché non vorrei che fosse l’ultimo di Ilan Pappe, un uomo veramente con i cabassisi.




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30 luglio 2008

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David Hopkins
DADA'S BOYS: MASCULINITY AFTER DUCHAMP

Yale University Press, 2008
In this provocative and stimulating book, David Hopkins addresses the homosocial structures in Dada and Surrealist art with an eye to their relevance to current artistic and theoretical debate. Bestriding the book is the pivotal figure of the artist Marcel Duchamp, who was at the center of various groups of artistic and literary figures—predominantly male—in Europe and America. And at the heart of the investigation are Duchamp’s relationships with these men, the various interactions of those within the groups, and the impact of this type of male camaraderie on the artworks they produced. Hopkins looks at specific moments in the careers of Duchamp and some of his associates—Francis Picabia, Man Ray, Max Ernst and André Breton—and discusses in detail the reception of Duchamp’s ideas in the post-war period. He goes on to trace the influence of the homosocial nature of Surrealism and Dada on the art world from the 1950s to the work of contemporary male and female artists. David Hopkins is Professor of Art History at the University of Glasgow.




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30 luglio 2008

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Edoardo Montolli

Cara cronaca.Le lettere più pazze mandate a Cronaca Vera

 
Aliberti
, 2007, 15
Lettere mai pubblicate a «Cronaca Vera». La verità sul settimanale più letto e snobbato del nostro Paese. «Vorrei avanzare una proposta di legge per attrezzare i cimiteri di casse acustiche da 300 watt, di modo che gli spiriti possano allietarsi quando restano da soli». Comincia così una delle duemila lettere al mese che il settimanale «Cronaca Vera» riceve costantemente da trentasette anni. Comincia così e dipinge un mondo che il mondo sembra avere dimenticato. Inventata dal genio di Sergio Garassini, «Cronaca Vera» rappresenta un fenomeno editoriale unico, presto diventato il solo mezzo d’informazione capace di raggiungere anche quella fetta di popolazione che le statistiche dimenticano: con un linguaggio che colpisce alle viscere, una grafica in bianco e nero immutata nel tempo e le imperiture rubriche. Le lettere raccolte in questo volume sono a volte spassose, a volte tragiche. Poeti e sognatori. Minacce di serial killer maltrattati dalla rivista e serial killer, come Donato Bilancia, che chiedono il conforto di una donna. Lettori che si accapigliano per capire se la propria compagna sia ancora vergine. Chi propone progetti difficilmente realizzabili, chi scrive una lettera al giorno per l’esclusivo piacere di avere una compagnia. Chi manda messaggi sostenendo di riceverli dall’alidilà e chi all’aldilà li chiede. Realtà nascoste eppure molto vicine che nemmeno il più scafato degli scrittori noir riuscirebbe soltanto a immaginare. Ma che Edoardo Montolli ha puntigliosamente raccolto. E che ora puoi leggere qui, in poche righe.




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29 luglio 2008

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William Bryant Logan

La Quercia. Storia sociale di un albero

 
Bollati Boringhieri, 2008,
25
“Come erano belli, questi antichi alberi. Visti da vicino, non erano poi così monolitici, ma anzi ramificati come i palchi delle corna di un cervo e assolutamente vivi. I loro tronchi assomigliavano a lingue di fuoco immobilizzate per l’eternità. Ampie sezioni chiare e nodose di legno morto fuoriuscivano dalla corteccia scura e corrugata e si spingevano verso l’alto, avvolgendo spaccature e cavità. Verificai con il palmo della mano quanto fosse liscio il nudo legno e quanto corrugata, invece, risultasse la restante corteccia. Staccai enormi liste di legno scheggiato, originando un suono cupo, quasi metallico – thong, thong, thong – che rimbombava all’interno dei tronchi cavi”. Gli alberi sono gli esseri viventi più alti, più imponenti e più antichi al mondo. Ma la quercia non detiene nessuno di questi record. Quindi, che cosa hanno di così speciale le querce? A quanto pare niente, ma ciò che colpisce è che puoi andare dal Massachusetts a Città del Messico e trovare ovunque lo stesso genere, la quercia, che fa quindi della non-specializzazione la sua specialità. Ecco una prospettiva affascinante e inattesa che William Bryant Logan coglie per raccontare che il tratto caratterizzante della quercia è proprio la sua pertinacia, la sua flessibilità. Possente, maestosa e necessaria, la quercia ha favorito in modo vitale l’evoluzione economica, geografica e culturale dell’umanità; a partire dalle ghiande, alimento base dell’Homo sapiens, passando per le resistenti imbarcazioni delle prime armate che circumnavigarono il globo, fino agli attuali articoli d’arredamento, la quercia ha rappresentato, nel corso dei secoli, un’onnipresente ricchezza. Ed è con imperturbato entusiasmo che Logan descrive, in tono informale, le caratteristiche di questa risorsa naturale versatile e preziosa, offrendo al lettore un’esplorazione completa della sua storia.




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29 luglio 2008

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Edward W. Said

Nel segno dell'esilio. Riflessioni, letture e altri saggi

Feltrinelli, 2008, 45
"L’esilio è qualcosa di singolarmente avvincente a pensarsi, ma di terribile a viversi… non è mai un modo d’essere appagato, soddisfatto, o sicuro… è ‘una mente invernale’, dove il pathos dell’estate o dell’autunno e le potenzialità della primavera si rivelano sempre lì, a portata di mano, ma comunque irraggiungibili… una vita in esilio si muove in base a un altro calendario… è la vita vissuta fuori da un ordine abituale." (Edward Said) A quattro anni dalla morte, il carisma di Edward Said non accenna a diminuire. Critico letterario, musicista, militante palestinese, Said sfugge a ogni tentativo di classificazione: un intellettuale la cui influenza è ben lontana dall’essere confinata al mondo accademico. Nel segno dell’esilio rispecchia questa sua versatilità. È una raccolta di quarantasei saggi, scelti da Said stesso e scritti tra il 1970 e il 2000, su una sorprendente varietà di argomenti: la diaspora palestinese, i ricordi di gioventù al Cairo e Alessandria (con un saggio straordinario dedicato a una famosa danzatrice del ventre), il confronto tra culture, ma anche il machismo di Hemingway e l’epica di Tarzan. E ancora: George Orwell, Giambattista Vico, Naguib Mahfouz, Joseph Conrad, Antonio Gramsci, E. M. Cioran, T. E. Lawrence, W. S. Naipaul, Eric Hobsbawm, in ritratti che confermano Said come uno dei più importanti ed eleganti critici letterari del nostro tempo. Su tutti, il saggio che dà anche il titolo al libro: una riflessione profonda e intensa sull’esilio, il luogo impossibile attorno a cui ruotano la biografia e l’intero percorso intellettuale di Said, esilio che è anche il filo rosso che attraversa tutta questa raccolta di scritti, nella cui ricchezza e magnificenza l’elemento biografico e quello generale, il personale e il politico sembrano ricomporsi. Traduzione di Massimiliano Guareschi e Federico Rahola

 

Dall’Introduzione

Scritti nell’arco di più o meno trentacinque anni, questi saggi e questi articoli restituiscono il senso complessivo del mio lavoro di insegnamento e di studio in un’istituzione accademica particolare, la Columbia University di New York: qui sono arrivato fresco di laurea nell’autunno del 1963, e qui sono rimasto come docente nel Dipartimento di inglese e letterature comparate. Al di là della soddisfazione per la durata della mia permanenza in un luogo, l’università americana, che per chi ci insegna e per molti che ci studiano resta ancora l’ultima vera utopia, è soprattutto New York ad aver giocato un ruolo decisivo sul tipo di lavoro critico e interpretativo che ho svolto, e di cui questo libro costituisce una sorta di archivio. Dinamica, elettrizzante, eclettica, carica di energia, instabile e totalizzante, New York è oggi ciò che Parigi è stata un secolo fa: la capitale del nostro tempo. Può apparire paradossale, per certi versi ridondante aggiungere che la centralità di questa città sia dovuta proprio all’eccentricità e al particolare mix dei suoi attributi, ma credo che in fondo corrisponda al vero. E non si tratta di un carattere sempre positivo e confortevole: soprattutto per chi vi risiede senza essere in qualche modo legato a interessi finanziari, immobiliari o nel mondo dei media, lo strano statuto di New York, ciò che ne fa una città diversa da tutte le altre, rappresenta più che altro un aspetto problematico nella vita quotidiana, dal momento che la marginalità e la solitudine dell’outsider possono facilmente avere il sopravvento sulla familiarità dell’abitarci.
Per buona parte del XX secolo la vita culturale di New York è parsa svilupparsi lungo mille rivoli, del resto evidenti, la maggior parte dei quali determinati dalla particolare collocazione geografica della città, principale porto d’accesso americano. Ellis Island, luogo par excellence dell’immigrazione, ha visto infrangersi sui suoi scogli ondate di popolazioni tra le più povere della società americana, per le quali New York rappresentava il primo e il più delle volte definitivo luogo di approdo: irlandesi, italiani, europei dell’Est di origine ebraica e non, africani, caraibici, mediorientali e asiatici. Da queste comunità migranti ha tratto origine buona parte dell’identità della città come cuore pulsante e centro radicale della vita politica e artistica, incarnato nei movimenti socialisti e anarchici, nella Harlem Renaissance e nelle sperimentazioni nel campo delle arti figurative, della fotografia, della musica, del teatro. Tali sradicate narrative urbane hanno via via acquisito uno status per certi versi canonizzato (come testimoniano i tanti musei, le scuole, le università, le sale da concerto, i teatri lirici e di prosa, le gallerie d’arte e le compagnie di danza) conferendo a New York quel suo particolare carattere di palcoscenico permanente, ma facendole progressivamente smarrire ogni reale contatto con le sue radici migranti. Come capitale dell’editoria, per esempio, New York non è più il luogo in cui scrittori ed editori d’avanguardia potevano avventurarsi in territori inesplorati, ed è invece diventata punto di massima concentrazione dei principali colossi mediatici globali. Anche Greenwich Village, cuore pulsante della bohème americana, ha da tempo smesso di battere, come del resto la maggior parte delle piccole riviste e delle comunità di artisti che la alimentavano. Quella che resta è una città di migranti e di esuli, in permanente tensione con il centro simbolico (e per lo più reale) dell’economia globalizzata del tardo capitalismo, il cui potere selvaggio, proiettato economicamente, militarmente e politicamente su ogni angolo del pianeta, dimostra una volta di più quanto l’America rappresenti oggi l’unica superpotenza globale.
Quando arrivai a New York c’erano ancora tracce del fermento che aveva scosso i più rinomati gruppi intellettuali che facevano capo alla “Partisan Review”, al City College e alla Columbia University; qui, in particolare, potevo contare sulla presenza di Lionel Trilling e Fred W. Dupee, entrambi grandi amici oltre che colleghi molto premurosi del Dipartimento di inglese (come ancora lo si chiamava allora, per distinguerlo dal più austero Corso di laurea in lingua e letteratura inglese). Ben presto, però, mi resi conto che le battaglie che vedevano coinvolti gli intellettuali newyorkesi, per esempio l’annoso dibattito sul superamento dello stalinismo e del modello comunista sovietico, non toccavano le corde emotive mie e della mia generazione, per la cui formazione politica i movimenti per i diritti civili e la resistenza contro la guerra in Vietnam rappresentavano questioni ben più urgenti. E per quanto abbia sempre nutrito un profondo affetto per Trilling, che sentivo come un collega più anziano, quasi un mentore, e soprattutto un amico, a influenzarmi quando iniziai a scrivere e insegnare fu soprattutto lo spirito aperto e radicale di Fred Dupee: la sua prematura scomparsa, nel 1979, ha prodotto un incolmabile senso di vuoto e di tristezza, che sento forte ancora oggi. Dupee era in primo luogo uno straordinario saggista (come per lo più lo stesso Trilling), e in un senso più specificamente intellettuale e politico pure un vero sovversivo: un uomo di inimitabile charme, capace di distillare doni intellettuali che sentivo infinitamente più liberi di quelli di molti suoi colleghi del milieu anglofilo così connaturato allo stile intellettuale newyorkese, tra i cui vizi peggiori persisteva uno stucchevole narcisismo e una fatale propensione a spostarsi su posizioni sempre più arrogantemente conservatrici. Niente di tutto questo valeva per Fred. Fu lui a incoraggiare il mio interesse per le novità che provenivano dal pensiero francese, dalla letteratura e dalla poesia sperimentali e soprattutto dall’arte della saggistica, intesa come strumento per esplorare il nuovo del nostro tempo, senza lasciare che mi smarrissi in quanto nella nostra professione continuava a riprodursi stancamente. Ed è stato sempre Fred Dupee che, dopo il 1967, all’indomani dell’enorme débâcle araba, ha appoggiato la mia battaglia solitaria in nome della causa palestinese con la stessa energia con cui rimase fedele fino alla fine agli ideali politici radicalmente antiautoritari del suo trotskismo giovanile. Per inciso, vale la pena ricordare che Dupee e sua moglie Andy sono stati i soli amici nell’ambito accademico newyorkese a provvedere materialmente alla mia visita a Beirut, a quel tempo (nell’autunno del 1972) epicentro delle politiche rivoluzionarie del Medio Oriente. Lì ho potuto trascorrere il mio primo intero anno sabbatico (da quando, nel 1951, ero partito come studente per gli Stati Uniti) rifamiliarizzando con la cultura arabo-islamica attraverso lo studio quotidiano della filologia e della letteratura araba.




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28 luglio 2008

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Claudia Attimonelli

TECHNO: RITMI AFROFUTURISTI

Meltemi 2008
Quali sono le tappe che hanno portato la musica techno a diffondersi dal Nord America all’Europa, dai ghiacci islandesi fino all’Estremo Oriente e alle isole sperdute dell’Oceano Indiano? Tutto è cominciato nei primi anni Ottanta. Ma le radici della techno affondano in parte nelle riunioni clandestine fra musicisti jazz della Parigi occupata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. La città di Detroit, il movimento filosofico dell’afrofuturismo nato dalla diaspora afro-americana e la black science-fiction hanno contribuito a fornire ai pionieri della techno le fondamenta sulle quali costruire un solido apparato critico. Questi elementi hanno in seguito reso la musica techno un fenomeno di portata mondiale, sfruttando le sue derive filosofiche, sociologiche e naturalmente di mercato (Love Parade e dance-floor). Ma la techno è prima di tutto amore per la tecnologia. I concetti di underground e superficie, coolness e mainstream, ascolto e danza, djing e laptop music, il principio del campionamento, del loop, del remix e infine i luoghi dove la techno si manifesta – dal club ai rave – sono qui indagati secondo una prospettiva sociosemiotica che tiene conto della pratiche culturali urbane e dei protagonisti che a esse attingono – dj, musicisti, pubblico danzante, pubblico in ascolto, mercato discografico. Claudia Attimonelli è dottore di ricerca in Teoria del linguaggio e Scienze dei segni. Insegna Cinema, fotografia e televisione nel Corso di laurea in Scienze e tecnologia della moda dell’Università di Bari.




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28 luglio 2008

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Elizabeth K. Helsinger
POETRY AND THE PRE-RAPHAELITE ARTS. Dante Gabriel Rossetti and William Morris

Yale University Press, 2008
Focusing on two of the most influential figures in the Pre-Raphaelite movement, Dante Gabriel Rossetti and William Morris, this book explores new ways of considering art and literature together. Elizabeth Helsinger traces the unusually close relationship between the poetry and poetics of two poet-artists and their contemporary practice of visual art and design. Her study focuses on innovations encouraged by the interaction between the arts to reassess the importance of Pre-Raphaelitism in literary as well as art history. Using the concept of “translation” from one medium to another, Helsinger develops compelling analyses of particular works and of the shared concerns of Rossetti and Morris. She connects their aesthetic and social experiments to projects undertaken by others, and she demonstrates the impact of Pre-Raphaelite strategies on later poets and poetic theorists. Lively and illuminating, this book both offers and studies the pleasures of reading and viewing attentively. Elizabeth K. Helsinger is John Matthews Manly Distinguished Service Professor, Departments of English and Art History, and the College, University of Chicago. She is the author of several previous books, including Ruskin and the Art of the Beholder and Rural Scenes and National Representation: Britain 1815–1850.
She lives in Chicago.




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27 luglio 2008

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Giuseppe Ardolino, Angelica Kauffmann, Spirali, € 25

Carlo Romano, “Il secolo XIX”, 23 luglio 2008

La fama di pittrice Angelica Kauffmann (Coira 1746-Roma 1807) la spartisce con quella di femmina avventurosa, bella e corteggiata, una sorta di eroina romanzesca, come accadde per Artemisia Gentileschi. Per altro, la Kauffmann fu inizialmente indecisa fra la musica, il bel canto e la pittura, e ciò la accomuna ad altre (rare) pittrici del passato come Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana, entrambe raffiguratesi nell’atto di suonare uno strumento. La vita di questa grande artista, che fu amica, fra gli altri, di Reynolds e Goethe, ci è adesso raccontata da Giuseppe Ardolino,  con piglio avvincente, nel libro “Angelica Kauffmann (€ 25) da poco pubblicato presso Spirali (su questo stesso personaggio, non va dimenticato, si cimentò un paio di anni fa anche lo scrittore, sceneggiatore e regista Leros Pittoni in un volume edito da De Luca). La pittrice era, per così dire, figlia d’arte.

Fin da piccola seguì il padre, decoratore di esterni, nelle sue peregrinazioni, soprattutto in Austria e nell’Italia settentrionale alpina e padana. Il padre tuttavia aspirava per lei a una carriera tutta musicale. La passione per la pittura prese viceversa presto in Angelica il sopravvento su quella del bel canto, nel quale sembra fosse effettivamente assai dotata. A soli quindici anni, nella Milano di Pietro Verri e Cesare Beccaria, frequenta il mondo dei letterati e degli artisti, guadagnando rapidamente le prime commissioni quale pittrice, dopo aver osservato le opere dei grandi maestri ed averne eseguito diverse copie al fine di perfezionare la tecnica. Spostatasi a Firenze, Parma, Bologna e infine a Roma, si lega a Benjamin West, il primo pittore del Nord America che giunga in Italia per ragioni di studio. West si vanterà poi di esser stato lui ad insegnare la pittura ad Angelica. A Roma la Kauffmann incontrerà Mengs ed eseguirà un ritratto di Winckelmann, venendo così a contatto coi teorici del “neoclassicismo”. Le sue frequentazioni preferite sono tuttavia quelle con due giovani veneziani: Giovanni Battista Casanova - pittore ed incisore, fratello “virtuoso” del celebre Giacomo – e Giovan Battista Piranesi  - l’architetto noto per le sue visionarie incisioni.

Nel 1763, West si sposta a Londra. Angelica andrà invece a Venezia con Nathaniel Dance, figlio di un celebre architetto. A Londra ci arriverà con  una gentildonna inglese conosciuta nella città lagunare. Nella Londra di Giorgio III, della ribellione americana e del Dr. Johnson, la Kauffmann, come d’abitudine, prende a frequentare gli ambienti letterari e artistici. Fra l’altro vi conosce Jean Paul Marat, che si invaghisce di lei. Per lei nutrì una grande passione (sembra non corrisposta) anche il grande ritrattista Joshua Reynolds, allora a capo della Royal Academy. Reynolds ritrarrà Angelica, la quale entrerà a far parte a sua volta della prestigiosa istituzione. Alle iniziali conversazioni fra la Kauffmann e Reynolds farà da interprete Giuseppe Baretti. Fra i corteggiatori non corrisposti della pittrice c’è anche Johann Heinrich Füssli, costretto a lasciare Zurigo per ragioni politiche. Per vendicarsi del rifiuto, l’artista pubblicherà in forma anonima su una gazzetta londinese un giudizio assai severo sulle qualità pittoriche di Angelica.

Buona cattolica, la Kauffann crede nell’indissolubilità del matrimonio. Incorre tuttavia in una trappola matrimoniale tesale da un  millantato aristocratico che in realtà vive di truffe. Il caso si risolverà da sé, con l’improvvisa morte del malfattore. Angelica sposerà in seconde nozze il pittore veneziano Antonio Zucchi e con lui tornerà in  Italia. A Roma la pittrice aprirà il suo salotto alle maggiori personalità del tempo, residenti o di passaggio nella città. Conosce Goethe e se ne invaghirà, ma il tedesco proverà per lei soltanto stima ed amicizia. Tornato a Weimar, nel “Viaggio in Italia” Goethe scriverà che Angelica “è assai sensibile al bello, vero e raffinato, ed è straordinariamente moderna”. Nel 1795 muore Antonio Zucchi. Angelica gli sopravviverà altri dodici anni, sopraffatta dal dolore, depressa e insoddisfatta. Aveva scritto a un amico: “la povertà non mi spaventa, ma la solitudine mi uccide.” Muore a Roma il  5 novembre del 1807. Sarà sepolta  nella chiesa di S. Andrea delle Frate. Già subito appresso la morte, le vicende personali della Kauffmann cominceranno a prendere l’aspetto di una bella leggenda, tanto che Léon de Wally pubblicherà a Bruxelles un romanzo che la vedrà protagonista e il Cornhill Magazine” dedicherà un racconto – assai poco attendibile – alle sue private faccende. Svizzera di nascita, Angelica Kauffmann appartiene a pieno diritto a diverse tradizioni pittoriche, sia nazionali che stilistiche: svizzera, italiana e inglese per le prime; ritrattistica settecentesca, neoclassicismo e romanticismo per le seconde, a riprova di quanto incongrue (si pensi allo stesso “velenoso” Füssli) possano risultare divisioni troppo nette, per tanto che siano utili. I ritratti, gli autoritratti, le scene mitologiche dipinte dalla Kauffmann costituiscono uno dei momenti più alti della pittura del XVIII secolo. Gran pregio del libro di Giuseppe Ardolino, nel raccontare una vita appassionante, è di non aver dimenticato di soffermarsi con equilibrio, insieme agli intrighi, sugli elementi che più interessano la storia dell’arte.




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27 luglio 2008

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Henry Scott Stokes

Vita e morte di Yukio Mishima  

Lindau, 2008, €24

25 novembre 1970, Quartier generale della base militare di Ichigaya, a Tokyo. Yukio Mishima – uno dei più importanti scrittori e intellettuali giapponesi del ’900 – si uccide facendo seppuku, il tradizionale suicidio per sventramento. Pochi minuti prima, con l’aiuto di quattro membri del Tatenokai (l’associazione paramilitare da lui fondata nel 1968), aveva preso in ostaggio il generale a capo della guarnigione, e aveva incitato inutilmente i soldati dello Jietai (le Forze armate di autodifesa) alla ribellione contro la progressiva «occidentalizzazione » della nazione nipponica, una ribellione che aveva come scopo la restaurazione dell’autorità imperiale e della potenza militare giapponese. Henry Scott Stokes, inviato del «Times» a Tokyo e amico intimo di Mishima, fu l’unico occidentale a poter assistere alle varie fasi del processo che ne seguì, ed è da questo avvenimento che il giornalista prende spunto per narrarci la vita di un personaggio straordinario. Romanziere, saggista, autore teatrale, attore e regista, cultore di arti marziali e di body building, Mishima è stato un artista affascinante e discusso (anche a causa della sua malcelata omosessualità), nonché lo scrittore giapponese più conosciuto e tradotto in Occidente. Scott Stokes lo racconta amalgamando sapientemente le numerose esperienze vissute con lui (le interviste, le cene e i party, le vacanze a Shimoda, e, soprattutto, l’addestramento del Tatenokai sulle pendici innevate del monte Fuji), le testimonianze raccolte direttamente da familiari, colleghi e amici, e la disamina, lucida e puntuale, delle opere più importanti (dall’autobiografico Confessioni di una maschera a Il Padiglione d’oro, considerato da molti il suo capolavoro, dal premonitorio Sole e acciaio alla tetralogia di Il mare della fertilità, l’ambiziosa opera che chiude il percorso artistico ed esistenziale dello scrittore). Ne emerge la figura di un uomo brillante, inquieto, contraddittorio ed estremamente complesso, un artista di levatura tale da indurre il premio Nobel Yasunari Kawabata, suo amico e mentore, a dichiarare: «Mishima ha un talento straordinario, e non è solo un talento giapponese, è un talento su scala mondiale. Uno scrittore del suo calibro nasce soltanto ogni due o tre secoli».




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26 luglio 2008

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Alessandro De Roma

La fine dei giorni

Maestrale, 2008, €15

Torino: in un futuro molto simile al nostro presente accadono strane cose. Fra queste, un’epidemia di perdita della memoria e la sparizione di anziani cittadini. Quando in un condominio scompare il vecchio Baratti, nessuno nel palazzo se ne accorge: nessuno ricorda un Signor Baratti tranne Giovanni Ceresa. Oppure è lui che ricorda un passato mai esistito? Per Giovanni il tentativo di fuga dalla demenza sta in un diario in cui annotare quel che accade in lui e a una società sempre più sprofondata nell’apocalisse, dentro una crisi economica e civile da fine dei giorni. Il diario è una disperata forma di resistenza, un tormentoso strumento di conoscenza che, di giorno in giorno, pagina dopo pagina, tra le vie di una città allo sbando, potrebbe svelare morbosi trascorsi familiari (quale sciagura ha dimezzato la famiglia di Giovanni, rendendogli soltanto un padre ebete davanti alla TV?) e da cui potrebbe emergere la storia di un mostruoso progetto politico di controllo sociale.




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26 luglio 2008

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Cristina Baldassini

L' ombra di Mussolini. L'Italia moderata e la memoria del fascismo (1945-1960)

Rubbettino, 2008

La fine del regime fascista in Italia suscitò opposti sentimenti nella popolazione. Da una parte c'erano i nostalgici del Regime dall'altra c'erano invece coloro che avevano appoggiato e sostenuto la Resistenza e la nascente repubblica. Rimaneva però un'ampia fascia della popolazione fatta di moderati che mostravano diffidenza nei confronti del nuovo assetto politico pur non rimpiangendo quello precedente. Il libro della Baldassini, primo sull'argomento, indaga proprio quale sia stata la percezione del fascismo tra gli italiani moderati che vissero la delicata transizione tra idiosincrasie, timori, ostilità verso il nuovo e simpatie per il vecchio.




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25 luglio 2008

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EMILIO ISGRÒ

Fondazione Parco Horcynus Orca, ex tiro a volo, Capo Peloro, Messina, dal 24/7 al 3/8/2008

Ad aprire ufficialmente la sesta edizione dell'Horcynus Festival di Messina il 24 luglio 2008 sarà Emilio Isgrò, «l'artista che ha terremotato il linguaggio dell'arte», secondo la definizione che ne ha dato Achille Bonito Oliva in occasione della grande retrospettiva che gli ha dedicato il Centro Pecci di Prato. Emilio Isgrò ha ideato appositamente per la Fondazione Horcynus Orca che organizza il Festival due opere che rimarranno nella Torre degli inglesi, fortezza cinquecentesca in cui ha sede la Fondazione. L'installazione dedicata a Casalàina: Il grande artista siciliano ha immaginato per questa nuova opera, che sarà collocata in alcune sale della Torre, un antro invaso dalle formiche nel quale quindici pianoforti-sculture di colore bianco raccontano "un'ora gioiosa" della vita di Riccardo Casalàina, il compositore di Castroreale morto giovanissimo nel terremoto di Messina del 1908, portandosi dietro un patrimonio virtuale di creatività inespressa. «La stessa creatività - commenta Isgrò - che gli uomini non riescono più a liberare in una società votata unicamente allo sfruttamento e alla guerra». Nel tratto di Isgrò, che ha elevato la cancellatura a forma d'arte, i segni, i linguaggi non rimangono mai compiuti ma si segmentano, si spezzano a evocare insieme, e paradossalmente, distruzione e costruzione. Anche in questo caso, l'artista ha lavorato sui segni: le note usciranno dalle partiture per tracimare sui pianoforti e arrivare sui muri. La porta: Per l'apertura dell'Horcynus Festival, Emilio Isgro' ha anche progettato un cancello/opera d'arte per uno degli accessi della Torre degli inglesi. La sua e' la prima realizzazione di un programma che prevede la costituzione di una speciale collezione di cancelli realizzati da grandi artisti contemporanei in occasione degli incontri annuali del parlamento civile euromediterraneo che sono al centro del lavoro della Fondazione Horcynus Orca per il dialogo fra la sponda Sud e quella Nord del Mediterraneo.




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25 luglio 2008

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biblioteca dell’egoista

Eric Stark
 vita tra i mostri
          Il ricorso a figure allegoriche come zombies e serial killers per interpretare i conflitti sociali è frequente dove, come negli Usa, il capitalismo più visibilmente trasforma, deformandoli, gli esseri umani in mostri. Nel libro Fingiamo di essere morti ( Isbn Edizioni, 2008) Annalee Newitz utilizza gli eredi dei freaks  come guide nell’esplorazione della vita economica statunitense: la cultura popolare, soprattutto il cinema, ci intrattiene (e ci informa) sul fatto che “il capitalismo crea mostri che vogliono ucciderci”. Usando categorie marxiane, mediate magari da Gramsci e Adorno antologizzati for beginners e aggiornati dalla solita manciata di post-nicciani francesi, l’autrice addebita al lavoro capitalistico la morte della libertà individuale, della gratificazione, della totalità insomma: i mostri risultando dalla trasformazione del tempo di vita in tempo di lavoro ci suggeriscono di fingere di essere morti per potere vivere. Il lato oscuro da cui fiorisce molto immaginario contemporaneo (esasperatamente e primariamente diffuso negli USA) è la finta morte, l’oblazione della “vera vita” alla riuscita economica; i mostri affiorano sullo schermo come risultato di una nostra economica miseria collettiva. Oltre sangue, spavento e truculenza, il tema vero dei film horror è la violenza fra individui con differenti esperienze di classe, di censo e di status professionale.
           Tra fine ottocento e primi del novecento si diffondono storie e figure di mostri: su cinque tipi  si sofferma l’autrice, i serial killers, gli scienziati pazzi, i morti viventi, i robot (androidi, replicanti) e, più agghiaccianti perché quotidiani visitatori delle nostre case, addetti dell’industria culturale (giornalisti, intrattenitori tv ecc.). Le storie di serial killers, inscenando le relazioni economiche imposte dal  capitalismo postbellico, ora “interpretano la rabbiosa confusione che gli americani vivono nei confronti dell’economia e della produttività sociale della seconda metà del XX secolo”(pag. 47), ora evidenziano, oltre una generale incapacità di distinguere fra merci e persone, i legami fra violenza maschile ripetitiva e cultura delle macchine. Consumatore perfetto, il serial killer consuma e schiaccia altri ego che lo circondano, come ogni vorace e competitiva piccola azienda.
            Sfoltendo il saggio delle ridondanze e civetterie quasi automatiche in certa prosa d’oltreoceano dove tutto è “costruzione” e “negoziazione”, par di capire che l’unico spettro rimasto ad aggirarsi per il mondo è il capitalismo che ha fagocitato il proletariato. Infestati da virus mediatici, sostiene Newitz, si fatica a scorgere il mondo “reale”, preferendo al suo deserto, la fruizione dell’effervescente e mostruosa creazione mediatica. Consumando prodotti mediatici incrementiamo la diffusione dell’economia dell’informazione illudendoci di sfuggire al nostro ruolo passivo di vittime. E’ un circolo in cui il mostruoso smette di essere eccezione per raccontare l’orrenda degradazione della lotta economica imposta dal capitalismo: pretendiamo (fingiamo) di esser morti (mostri) per riuscire a sopravvivere.
            Altro esempio: i non-morti (vampiri o zombies) proliferanti al confine fra vita e morte rappresentano le “incertezze dell’identità sociale” al termine di un’epoca schiavistica, coloniale e turbata dal problema razziale. Alcuni scrittori, come H. P. Lovecraft, nella propria opera esprimeranno la confusione morale di chi, pur desiderando e combattendo (vedi guerra civile americana) per la fine dell’oppressione, ne temeva gli esiti per la propria cultura bianca. La whiteness, appunto, custodisce internamente degrado ed orrore e i bianchi si arrischiano a passare per non-morti (zombies) pur di continuare a controllare i neri (D. W. Griffith, Nascita di una Nazione: il KKK come banda di ariani trasformatisi in spettri vendicativi). In numerosi film (da Ho camminato con uno zombi di Jack (sic) Tourneur a George Romero) la non-morte viene associata, in modo implicito, ai rapporti socio-economici dell’età coloniale, in cui un gruppo razziale attuerebbe la sottomissione di altri.
             In anni più vicini, la letteratura (e il cinema che l’ha saccheggiata) su robot, androidi e cyborg esprime lo smarrimento all’idea che, senza consenso, vengano concepite “nuove forme di vita”; il sospetto cade sulla possibilità di controllo del destino: da qui il diffuso tema del robot che cerca di trascendere la propria programmazione. Al di là dei motivi scopertamente maschilisti (su cui preferiscono soffermarsi buona parte dei gender studies) il robot innamorato dei film hollywoodiani inscena le difficoltà nel collocare le azioni consensuali (amore, sacrificio, dedizione) in una cultura incentrata sul lavoro: quando l’amore pare aver buon esito si mostra amaramente come compensazione dell’ingiustizia sociale, palliativo inteso solo ad alleviare le necessarie privazioni di un’economia strutturata intorno all’apparato militar-industriale.
              Amaro verdetto: non più “i mostri sono tra noi” ma “i mostri siamo noi”; il capitalismo ha deformato l’uomo che abbiamo conosciuto: il vivente rischia e si specchia nell’inanimato. Scelta strategica (mimetica) se si voglia sopravvivere nella presente economia.

“Licéntia” n. 7, Giugno 2008




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24 luglio 2008

§§

Albert Londres

Tour de France, Tour de souffrance

Excelsior 1881, €21,50

(a cura di Tommaso Labranca, con contributi di Alfredo Martini)

Nel 1924, di ritorno da un viaggio dentro le colonie penali francesi d’oltremare, Albert Londres venne mandato dal quotidiano Le Petit Parisien al seguito del Tour de France. Dopo poche tappe, Londres, completamente a digiuno di ciclismo, inizia a vedere inquietanti paralleli tra la vita dei condannati ai lavori forzati e quella dei ciclisti. Inventa così una definizione che avrà fortuna: “i forzati della strada”. Ma Tour de France, Tour de Souffrance è molto di più di quella definizione. È la cronaca asciutta e partecipe di una follia. Una corsa di quasi cinquemila chilometri tutt’intorno all’Esagono. Una corsa fatta su biciclette pesanti e fragili allo stesso tempo, da uomini potenti e fragili allo stesso tempo. Insieme a miti del ciclismo come Bottecchia, i fratelli Pélissier e Frantz, Londres percorre le strade del Midi assolate e polverose, le vie di piovose cittadine del nord, le salite massacranti dei Pirenei e delle Alpi. Condivide l’entusiasmo di milioni di francesi, gli incidenti, le speranze, le delusioni, le rivalità e la solidarietà umana che segnavano un’epoca irripetibile del ciclismo eroico. Questa versione italiana del reportage di Londres è integrata dal prezioso contributo di Alfredo Martini, ciclista e a lungo direttore tecnico della Nazionale Italiana, l’uomo che ha portato al successo campioni come Moser, Saronni, Argentin, Fondriest e Bugno.




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