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Diario


13 giugno 2008

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Alessandro Mininno
GRAFFITI WRITING. Origini, significati, tecniche e protagonisti in Italia
Mondadori, 2008
Scegliere un nome e scriverlo sempre, dovunque e a qualunque costo: un concetto semplicissimo su cui si basano tutte le scritte, meravigliose e orrende, che infestano senza pietà muri, treni e qualunque superficie urbana residua. Graffiti writing è il primo libro, in Italia, che apre una finestra sul mondo dei writers e lascia che siano proprio loro a parlare di tag (ovvero le firme), di lettere e di azioni vandaliche. Senza filtri e senza banalizzazioni, in modo diretto e trasparente. Al centro dell’attenzione mediatica da molti anni, gli incomprensibili segni che affollano i muri delle nostre città sono adorati dai più giovani e odiati dalle istituzioni, ambiti dal mercato dell’arte e studiati dalla polizia. Nessuno però, fino ad ora, aveva tentato un’analisi approfondita delle forme e delle modalità con cui questo fenomeno si manifesta e si propaga in Italia, di come il writing è cambiato tra forti politiche di repressione e incoraggianti progetti pubblici. L’estetica delle detestate tag, la ricerca formale nelle lettere, l’inossidabile fascino dei treni dipinti vengono raccontati da un punto di vista interno, illustrati attraverso più di 250 fotografie di prima mano che testimoniano una creatività diffusa, tanto potente quanto disprezzata. Dall’approccio storico al controverso rapporto con le istituzioni, dall’evoluzione dei materiali utilizzati (non solo spray ma pennarelli, pietre, acidi) alla documentazione, indispensabile per fermare nel tempo delle opere che, per natura, sono effimere e spesso durano una sola notte. Il volume contiene inoltre una panoramica esauriente sulle linee ferroviarie italiane, oggetto di migliaia di incursioni illegali ogni anno da parte dei writers italiani e dei turisti, e una sterminata collezione di muri, opere collettive realizzate spesso su commissione nel corso di settimane di lavoro. Si tratta dell’analisi puntuale di una delle più importanti sottoculture degli ultimi trent’anni, che resiste nel tempo e che non accenna a scomparire né a perdere vigore, nonostante repressione e cancellazione. È la cronaca di una rivolta, spesso inconsapevole, contro la saturazione pubblicitaria dello spazio pubblico e la dittatura della tinta unita. Alessandro Mininno approfondisce da diversi anni il tema del graffiti writing: ha curato sei mostre (tra cui MiNameIs, promossa dalla Triennale di Milano per documentare il fenomeno nel capoluogo lombardo) e pubblicato due libri (Street Virus e MiNameIs, catalogo della mostra) per l’editore indipendente Ready-made. Ha collaborato con riviste e quotidiani (tra cui il domenicale de Il Sole 24 Ore) e gestisce dal 2002 il sito web Fatbombers.com.




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12 giugno 2008

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Alf Gaudenzi
Galleria Il Vicolo, Genova, dal 12 giugno al 30 settembre 2008
Il Vicolo chiude la stagione celebrativa del quarantennale che ha visto in rassegna Franco Angeli, Enrico Baj, Marc Chagall, Lucio Del Pezzo, Piero Gilardi, Giorgio Griffa, Emilio Isgrò, Renato Mambor, Fabrizio Plessi, Concetto Pozzati, Emilio Tadini, con un'antologica di Alf Gaudenzi, che con la moglie Piera fondò e diresse la galleria (fu lui a scegliere il nome), la cui attività prosegue oggi con la figlia Ambra. Un omaggio al complesso catalogo dell' artista genovese (1908-1980): Alfredo Gaudenzi espone per la prima volta nel 1926 alla Promotrice con l' olio "Mercato orientale" che rivela la sua adesione al futurismo avvenuta grazie alla lettura degli scritti di Boccioni. Scrive sulla Gazzetta azzurra di Genova e sul settimanale umoristico Pasquino di Torino, dove si trasferisce diciannovenne e conosce Filippo Tommaso Marinetti, che gli suggerisce di adottare il nome d' arte Alf. L' anno successivo espone alla Promotrice, progetta l'arredo e le decorazioni di alcune sale il padiglione "Futurismo" dell' Esposizione Internazionale di Torino e prende parte alla XVI Biennale di Venezia, per divenire uno dei punti di riferimento del dibattito artistico italiano: nel '30 fonda il gruppo Sintesi e prosegue tra arti figurative e scrittura, in un cinquantennio di attività intensa e fertile, sino al libro "Gli operai non ridono" che Erga pubblica poco prima della morte. In mostra sino al 30 settembre - l' inaugurazione giovedì 12 giugno dalle 18.30 alle 23 - collages, dipinti, serigrafie, disegni, ceramiche e cartoplastici.




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12 giugno 2008

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Anton Corbijin
IN CONTROL: A DIARY
Schirmer/Mosel, 2008
Control: The Ian Curtis Film biopic is Anton Corbijn's most recent project and, in some way, the culmination of the multi-talented artist's work: Corbijn is directing a film about Ian Curtis (1956-1980), lead singer of the legendary post-punk rock band Joy Division, and publishing a book about the making of the film. The film details the troubled life of Ian Curtis, vocalist, lyricist and guitarist of the band Joy Division. His songs filled with emotional pain, violence, and alienation, his eerie baritone voice, and his unique dancing style reminiscent of the epileptic seizures he experienced made him a hero of the post-punk era; his suicide at the age of 23 on the eve of Joy Division's first US tour confirmed the myth of the rock star dying young.
The book is a visual diary, with hand-written notations, drawings, and a wealth of photographs. It details the creative process from pre-production through filming to post-production and first screenings. Anton Corbijn, born in Strijen, Holland, in 1955, photographer, filmmaker and designer, started his career in the 70s with portraits of David Bowie, Lou Reed, Miles Davis, and Peter Gabriel. He has produced
numerous books, more than 75 music videos and many album covers. His photographic work has been widely exhibited throughout Europe, the US, and Japan.




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11 giugno 2008

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Alberto Morsiani

QUENTIN TARANTINO. Pulp fiction

Lindau, 2008, €18,50

 Quando arriva nelle sale, Pulp Fiction è il secondo film di un regista trentenne che si è fatto già notare dai produttori di Hollywood, ma che pochi conoscono. Eppure il suo successo è travolgente: vince la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1994 e l’Oscar 1995 per la miglior sceneggiatura originale. Per la carriera di Tarantino, e anche per il cinema indipendente, il film segna un punto di non ritorno. Nei quasi quindici anni che ci separano dalla sua realizzazione, Pulp Fiction è stato oggetto di innumerevoli analisi e discussioni, ma il segreto del suo «richiamo» resta in buona misura indecifrato. Il film esercita il suo appeal sia sul pubblico colto, sia su quello popolare, mescola alto e basso, concilia arte e consumo. È un vertiginoso groviglio narrativo che articola un’intera antologia di stili e in cui coesistono diversi feticci: la grammatica della violenza; la stilizzazione delle patologie; la narrazione come gioco sadico e farsesco; un senso del presente ermetico. In esso convivono iperrealismo e fiaba, rétro e postmoderno, riciclaggi e invenzioni, confronti e scontri, orologi d’oro e frappè, chopper cromate e spade katana, sermoni e sodomie, gare di twist e spari in faccia. Pulp Fiction è, insomma, un’esperienza estetica globale, e l’icona di un’epoca.




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10 giugno 2008

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Fernanda Pivano

Diari (1917-1973)

Bompiani, 2008,50
Quando negli anni '50 Fernanda Pivano si reca per la prima volta negli Stati Uniti è una giovane studiosa innamorata dell'America di quegli anni e desiderosa di incontrare dal vivo, sul campo, i maestri di una narrativa che in Italia si era appena cominciato a conoscere, grazie a Cesare Pavese ed Elio Vittorini. Immediatamente scopre un mondo di sogni, ideali, valori, che non si stancherà più di celebrare: dal pacifismo di Norman Mailer, maestro riconosciuto della narrativa americana, amato e contemporaneamente odiato dalla beat generation degli anni sessanta, che a lui e al suo antiimperialismo si rifece, all'esempio di inesausta sete di nuovo e di autenticità del mito vivente Ernst Hemingway. Dai guru della beat generation Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti, uomini che in nome di un'idea di ritorno all'essenzialità dell'Uomo, in contrasto con i pregiudizi del consumismo capitalistico, hanno vissuto e scritto senza distinguere fra arte e vita, a Don DeLillo e ai minimalisti. Un nuovo viaggio americano, insomma, fra le contraddizioni e le speranze segrete di quel grande, osannato e temuto paese che è, da sempre, l'America. A cura di Enrico Rotelli con Mariarosa Bricchi - Contributi di Erica Jong, Bret Easton Ellis, Jay McInerney Gary Fisketjon.




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9 giugno 2008

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Clark Poling
ANDRE MASSON AND THE SURREALIST SELF
Yale University Press, 2008
This richly documented book examines the attempts of the French Surrealist artist André Masson (1896–1987) to define “self” in his art in the period between the early 1920s and 1940, the most fruitful period of classic Surrealism, culminating in the emergence of existentialism. Through a close reading of Masson’s paintings, drawings, and writings, Clark Poling explores the ways in which the artist figured the self—as fragmented, dissolved, merged with other selves and with the natural environment, and, ultimately, reconstituted and consolidated. Masson’s work, Poling argues, reveals his involvement with modern conceptions of the self that he absorbed from Nietzsche and the Surrealist writers, as well as from other sources in philosophy, psychology, psychoanalysis and ethnography. He traces Masson’s articulation of these ideas in paintings and graphic works, using his correspondence from the Surrealist period and his many subsequent writings as supporting evidence.
Clark Poling is professor emeritus of art history, Emory University.




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8 giugno 2008

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la sottile linea d’ombra

Roman Opalka – Günther Uecker – Lee Ufan

 

mostra a cura di Lorand Hegyi - inaugurazione lunedì 9 giugno, ore 18.30

 

Fondazione mudima, Milano

fino al 10 luglio




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8 giugno 2008

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la donna, la libertà, l'amore

a cura di Paola Dècina Lombardi, Mondadori, 2008, €14

Carlo Romano: Surramore (Il Secolo XIX”, aprile 2008)

Quella del Surrealismo non è stata semplicemente una nobile stagione dell’avanguardia. Per le lettere francesi non si è trattato soltanto di un filone che ha accompagnato con un suo corso originale i momenti alti di una cultura assai ramificata attorno a nomi come quelli di Proust, Gide, Bernanos o Sartre. A dispetto di una logica di gruppo a tratti rigida, il surrealismo è penetrato nello stesso sentimento estetico andando a confondersi con l’idea, anche quella più ordinaria, della Francia letteraria. E quando la sua affermazione della rivolta ne ha rivelato le ambizioni, uno dei grimaldelli che gli ha consentito questo risultato è stato senza dubbio la celebrazione dell’amore proprio nella specie della rivolta. Ma quel senso surrealista dell’amore che con Jacques Prévert è entrato in tutte le case dovette a suo tempo fare i conti, e scontrarsi, con le convinzioni di chi, pur vicino, ne respingeva il carattere “celestiale”. Ai surrealisti si rimproverava inoltre di aver messo sì le donne su un  piedistallo, ma di avercele sostanzialmente lasciate. Di questi temi si occupò a tempo debito un impagabile saggio di Xavière Gauthier pubblicato anche in Italia dalla mai troppo ricordata Sugar di Massimo Pini.

Recentemente è invece uscita, presso gli Oscar Grandi Classici di Mondadori, una commendevole antologia - - curata da Paola Dècina Lombardi, probabilmente il maggior storico attuale del movimento. Assai ampia ed originale anche nella scelta dei brani degli autori più classici, la raccolta include numerosi di testi di autori malamente conosciuti e poco o niente antologizzati. E’ il caso, per fare un esempio, di Claude Cahun, introdotta dallo stesso Breton fra i surrealisti già nel 1932, ma rimasta sostanzialmente sconosciuta fino all’altrieri, quando grazie all’editore parigino Jean Michel Place è stata tratta da un colpevole oblio. Nipote di Marcel Schwob – lo scrittore simbolista autore di celebri Vite immaginarie – Claude Cahun fu segnata fin da piccola dalla follia materna. Lesbica, con l’amica Suzanne Malherbe, conosciuta da adolescente, partecipò alla Resistenza guadagnando (sempre insieme all’amica) una condanna a morte. Graziata, raccontò questa esperienza in un diario. Nata a Nantes nel 1894, morì a Jersey, dove si era da tempo trasferita, nel 1954. Claude Cahun fu una poetessa sulla quale l’influenza dell’amatissimo zio, come si può notare nello stesso brano pubblicato dalla Dècina Lombardi, appare trasfigurata nelle personali inclinazioni. “Contro tutti quelli che sanno leggere”, in difesa di una letteratura affrancata dalle ingerenze ideologiche, ai surrealisti diede un libello all’epoca dei contrasti del gruppo con Louis Aragon. Al surrealismo diede soprattutto le capacità trasformistiche palesate nei suoi scatti fotografici – i quali d’altra parte anticipano l’attività di un altro fotografo surrealista (e omosessuale) come Pierre Molinier, anche lui tardivamente scoperto.

In figure come quella della Cahun si sostanziano gli sforzi della Dècina Lombardi per portare i temi dell’amore e del ruolo delle donne nel surrealismo entro i binari che gli sono propri a dispetto di tante letture problematiche e spesso avvilenti. La funzione di questa antologia è dunque quella di una restaurazione critica del proposito che nessuno ha espresso meglio di Breton in Arcane 17: “È la rivolta, unicamente la rivolta a essere creatrice di luce. E tale luce può essere conosciuta soltanto attraverso tre vie: la poesia, la libertà e l’amore”.




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7 giugno 2008

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Il primo processo di Oscar Wilde, "Regina contro Queensberry"
a cura di Paolo Orlandelli e Paolo Iorio, Ubulibri, 2008, €20

Oscar Wilde fu protagonista, nel 1895, di tre processi che lo portarono alla rovina. Il primo fu da lui intentato ai danni del Marchese di Queensberry, padre del suo intimo amico Lord Alfred Douglas, che lo aveva accusato di "posare a sodomita". Il secondo fu intentato contro di lui dalla Corona e ripetuto in quanto la giuria non aveva raggiunto un verdetto unanime. Infine Wilde venne giudicato colpevole dei reati di sodomia e di gravi indecenze e condannato a due anni di reclusione con l'aggiunta di lavori forzati. Tre anni dopo la scarcerazione Wilde morì in miseria a Parigi. I verbali dei processi non vennero mai pubblicati ufficialmente perché ritenuti scabrosi e compromettenti. I resoconti arrivati sino a noi, attinti dai giornali dell'epoca che riportavano i passaggi salienti dei processi, risultano lacunosi e solo l'eccezionale ritrovamento di un manoscritto dei verbali completi del "Processo Queensberry", presso la British Library nel 2000, ci consente oggi di rivivere quel drammatico evento in cui tuttavia Wilde diede prova del suo famigerato acume. E la trascrizione in veste teatrale che Paolo Orlandelli ha fatto del testo ne rende più agevole e diretta la lettura.




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6 giugno 2008

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GEORGE MACIUNAS, PREFABRICATED BUILDING SYSTEM
Maya Stendhal, 545 W. 20th St. - New York, 5/6/2008 - 23/8/2008

George Maciunas Prefabricated Building System presents an exciting chapter in artist George Maciunas' prolific oeuvre, focusing on his ventures in architecture. The exhibition critically examines a particular architectural project for a prefabricated mass housing system, which Maciunas drafted in the late 1950s and developed toward utopian ends through 1965. His original plan has been thoroughly researched and put to the test in the form of a three-dimensional model, which will be unveiled for the first time. The exhibition gives new understanding to the artist's progressive ideas on art, architecture, and design and their capacity to have bearing on broader social and cultural issues.
The presentation as a whole discloses defining features that set Maciunas' dwelling apart from most prefabricated house experiments. Emanating throughout the entire structure is an adept mixing of functionalist concerns with a breathtaking poetic, sculptural and spatial beauty, and a sense of the spiritual.
Observing the building plan's simplicity of composition in relation to Maciunas' very particular notions on form, function, economy, and efficiency informing the presentation, it becomes apparent that he was steeped in the latest theories and technical developments. A standard method of joinery, for example, indicates that Maciunas formulated his plan with real factory production in mind. Designed for quick and easy assembly with a minimum number of components necessary, the structure requires no heavy machinery, and can be erected using local, untrained labor. Its great flexibility of form and material means that it can function as a residential, institutional, industrial, or agricultural building, and that it can adapt to specific topographical and climate conditions. The structure can change shape and size according to most any external site restrictions, while also meeting the needs and facilitating the routines of those working or living inside. Durability is another distinctive feature. The system as a whole is able to withstand natural disasters such as hurricanes, earthquakes, and floods. Predating today's eco-minded homes, Maciunas' dwelling allows the inhabitants to control the admittance of solar light and warmth, simply by shifting a wall panel. Maciunas' prefabricated housing system, in form, function, material, and flexibility, resonates in a contemporary culture that thrives on utilitarian, mass-produced products made to meet the varying needs of the individual consumer. Not surprisingly, -cultural entrepreneur- was one of the many titles given to Maciunas during his career.
It was realized early on that a curatorial project of this magnitude and scope could only be realized with the advice and skill of experts in the field of architecture and three-dimensional design. Maya Stendhal Gallery looked internally to its own architect, Scott Weinkle for guidance in formulating the logic, pragmatics, and structural details governing Maciunas' building system. After scaling the plan, certain numerical patterns appeared, suggesting that Maciunas' desired the 9 rectangles composing the building to be modular units of the same size. Weinkle's precise observation allowed all elevations and sections to be developed within a well-defined proportional logic. These conclusions were then imported into a 3-D modeling program with the ability to give the rendered images various lighting and material characteristics. From this, the architectural model and accompanying walk-through digital animation were generated. Measuring 142 x 147 x 40.5 cm. with a base of 162.5 x 167.5 cm., the model is exactly 1:10 the size of the actual house. Materials consist primarily of heavy density fiberboard with styrene, extruded aluminum, acrylic panels, and a wood base.
Maciunas Prefabricated Building System is devised as a methodological plan illustrating his hyper-rational analysis and the extraordinary design acumen for which he has become known. Also referenced as Maciunas' Plastic Prefab, it was initially published as a 1965 collaborative work by Henry Flynt and Maciunas and in a 1966 issue of the journal Underground. One year prior to this project, in 1964, Maciunas wrote The Grand Frauds of Architecture: Mies van der Rohe, Eero Saarinen, Gordon Bunshaft, Frank Lloyd Wright, a text that critiques the modern masters for not staying true to their own ideals. Offered as a direct response, Maciunas' scheme reflects his belief in architecture's capacity to uphold standards of value, economy, and efficiency.
You see, the reason I am so concerned with [functionalism] is that that's an architect's training. I mean, that's the way the architect thinks, he thinks in functionalism otherwise he's not an architect, he's a sculptor or a stage designer. George Maciunas, interview with Larry Miller, 1978. Transcript repr. in Jon Hendricks ed., Fluxus etc./Addenda I. The Gilbert and Lila Silverman Collection (New York: Ink &, 1983), 24.
George Maciunas was a Lithuanian born American artist. He studied architecture at Cooper Union School of Art in New York from 1949 to 1952, and the Carnegie Institute of Technology in Pittsburgh from 1952 to 1953 receiving his Bachelors with honors in 1954. After graduation, he came back to New York continuing his graduate studies at the Institute of Fine Arts, New York University, with a concentration on art history of the European & Siberian migrations from 1955 to 1959. He also worked with renowned firms such as Knoll and Skidmore, Owings & Merrill in the 1950s and early 1960s. His experience in the corporate design world led him to redeploy its very systems toward artistic and critical ends, helping to provide him with the impetus behind the Fluxus art collective of the 1960s and 1970s.
Considered a charismatic, highly intelligent individual by all who met him, Maciunas' had an impressive spectrum of interests that he studied rigorously: art history, music, design, architecture, and the history of ancient cultures, among others. He poured his wealth and knowledge into making numerous charts, systems, and atlases, from which he created his diagrammatic -learning machines.- He became known as the -Chairman- and -Impresario- of Fluxus. Fueled by Maciunas' innovative views on art and society, Fluxus attracted an international array of artists whose work cut across genres including music, dance, visual art, literature, non-narrative film, architecture, performance, and -events.- His graphic layouts for posters, flyers, newspapers, artists' name labels, and the presentation of Fluxus works as -anti-commodities- have become celebrated for the landmark design that so distinguished Fluxus production. These works have come to symbolize the utilitarian philosophy that drove Maciunas in life and art, favoring -functionalism- and -concretism- over decorative attributes.
In the mid to late 1960s, Maciunas' background in architecture guided his utopian vision of establishing the first artists' living and working cooperatives in New York City, which he dubbed the Fluxhouse Cooperatives. A marker of urban planning and design, this pragmatic program initiated in 1966 renovated abandoned buildings creating the first artists' lofts in the region below Houston Street in NYC, known then only by the fire department's designation - -Hell's Hundred Acres.- The first successful Fluxhouse Cooperative organized by Maciunas was 80 Wooster St. in 1967, which housed his friend and compatriot Jonas Mekas' Filmmakers' Cinematheque. His endeavors forever changed the face of New York's legendary neighborhood, and ultimately earned him the title -Father of SoHo.-
Maya Stendhal Gallery would like to thank architect Scott Weinkle for assembling the architectural presentation, Julia E. Robinson and Christian Xaterc for their contributions to the project carrying out valuable research and scholarship in support of Maciunas' vision, Brooklyn Model Works for building the architectural model on view, Maurice Arduz for creating the three-dimensional architectural renderings and accompanying walk-through digital animation, Carolina Carrasco and Mari Dumett for their original contributions in research and scholarship on Maciunas Prefabricated Building System, and Ken Friedman, Hollis Melton, and Charles R. Simpson for providing support material in the form of essays and writings. The exhibition George Maciunas Prefabricated Building System was organized and produced by Harry Stendhal, Director of Maya Stendhal Gallery, New York.




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5 giugno 2008

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Roberto Bizzocchi

Cicisbei

Laterza, 2008, €20
Un damerino, un farfallone che svolazza intorno alle donne, un frequentatore di ambienti snob, un personaggio tra l’effeminato e il galante, ben introdotto nella società del bel mondo. Se dovessimo immaginarci un cicisbeo oggi, lo descriveremmo così. Ma c’è stato un momento, anzi proprio un secolo, in cui la parola, appena coniata, ha indicato un ruolo specifico. Nel Settecento, cicisbeo era chi viveva al fianco della moglie di un altro, uscendo con lei in società e tenendole compagnia giorno e sera, se non giorno e notte, apertamente e con l’approvazione del marito. Il costume era diffuso a tal punto tra la nobiltà italiana da farsi cifra di un’epoca e di una società, oggetto di discussione morale ed espressione artistica. Immortalato dal genio letterario del Parini come dall’arguzia comica di Goldoni, rappresentato nei quadri di artisti come Longhi e Tiepolo, il cicisbeo finisce per incarnare, agli occhi degli osservatori stranieri, l’emblema della presunta immoralità italiana. La verità è però diversa e ha a che vedere con il sistema dei matrimoni combinati d’antico regime e con il risveglio illuministico dell’aspirazione alla libertà. Libertà controllata e di breve durata. I moralizzatori non avranno da attendere troppo: il cinico, frivolo cicisbeo soccomberà in fretta travolto dall’onda grave dello zelo romantico e risorgimentale.




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4 giugno 2008

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Raymond Aron

L’oppio degli intellettuali

Lindau, 2008, 24

Un classico a cavallo tra il pamphlet e il saggio di sociologia culturale, questo libro rappresenta forse la più penetrante critica agli intellettuali occidentali di sinistra che sia mai stata scritta(all’origine lo pubblicò da noi Cappelli). Raymond Aron da un lato ricostruisce gli argomenti di cui una certa intellighenzia si è nutrita nella sua polemica contro la «democrazia capitalista » e ne mostra tutti i punti deboli; dall’altro analizza le cause di questo atteggiamento mediante un esame delle diverse figure di intellettuale e delle funzioni sociali da esse soddisfatte, offrendo una spiegazione delle ragioni che spingono uomini intelligenti ad adottare idee stupide. Nelle prime due parti del libro, l’Autore prende di petto soprattutto i «miti» politici (sinistra, rivoluzione, proletariato) e quella forma di idolatria della storia attraverso cui i maîtres à penser «progressisti» (Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Maurice Merleau-Ponty…) hanno giustificato il totalitarismo sovietico e i suoi crimini. L’ultima parte è dedicata a una riflessione, sempre di grande attualità, sul ruolo degli intellettuali e sul rapporto tra questi e la politica.




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3 giugno 2008

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Mauro Ainardi, Paolo Brunati
LE FABBRICHE DA CIOCCOLATO. La nascita di una nuova industria nell'Ottocento
Allemandi 2008

Il volume racconta il passaggio, nella prima metà dell'Ottocento, dal sistema artigianale a quello industriale di produzione del cioccolato e le conseguenze di questa trasformazione sul tessuto edilizio e sociale di Torino. Il processo viene descritto sulla base di statistiche, progetti e attraverso le parole dei suoi attori, così come sono riportate dai documenti d'archivio. I testi evidenziano, in primo luogo, come l'utilizzo di tecnologie alimentate dall'energia idraulica determini uno stretto legame tra la collocazione degli stabilimenti e la rete urbana dei canali, almeno fino alla comparsa delle macchine a vapore. In secondo luogo, sottolinea come queste nuove modalità di produzione determinino l'organizzazione degli spazi all'interno degli stabilimenti che vengono fatti appositamente progettare dagli imprenditori. Mette in luce, infine, come gli stabilimenti influiscano sull'impianto urbanistico di borghi di nuovo insediamento sorti intorno alle fabbriche, come Borgo Vanchiglia e Borgo San Donato, e quindi dell'intera città. Parallelamente agli impianti produttivi, il volume offre una rassegna dei più significativi progetti per i negozi, i depositi e i magazzini che le industrie del cioccolato posseggono nel cuore di Torino e che concorrono a definire l'immagine ottocentesca della città.




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3 giugno 2008

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 MORTO BO DIDDLEY

Ellas Otha Bates (questo il suo vero nome) era nato a McComb, 30 dicembre 1928. È stato soprannominato "The Originator of Rock 'n' Roll" ed è stato spesso citato come una figura chiave della transizione dal blues al rock'n roll. Diddley era diventato famoso nel 1955 con il suo primo disco, 'Bo Diddley' basato su ritmo serrato che era diventato poi il tema di fondo di quasi tutte le sue canzoni. Anche il 'lato B' del suo primo disco, "I'm a Man", era diventato un successo immediato.
Bo Diddley, che si presentava in pubblico con la sua inseparabile chitarra, occhiali neri e cappello nero, era da tempo in cattive condizioni di salute. Nell'agosto scorso aveva avuto un attacco di cuore, tre mesi dopo essere stato colpito da un ictus mentre era impegnato in un tour di esibizioni in Iowa. L'ictus aveva danneggiato la sua capacità di parola e si stava sottoponendo da mesi a terapia di riabilitazione.




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2 giugno 2008

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Flavia Arzeni, Un’educazione alla felicità, Rizzoli, 2008,  € 18

Carlo Romano / Ci sono scrittori che, come Tolstoj, hanno arricchito la loro opera letteraria mettendo candidamente quanto ostinatamente allo scoperto le loro convinzioni su temi come la pace e la ricerca della felicità. Quantunque abbiano ottenuto nugoli di seguaci, sempre circondati da rispetto e ammirazione, si sono pure imbattuti in chi pensava elementare l’idea della pace e spicciola la felicità, per non dire dell’amore o della fratellanza fra gli uomini. Scrittori di questo genere furono i due premi Nobel Herman Hesse e Rabïndranäth Tagore, ai quali Flavia Arzeni ha dedicato un saggio biografico comparativo da poco pubblicato presso Rizzoli: Un’educazione alla felicità (€ 18).

La scrittrice, nonché docente di letteratura e cultura tedesca alla romana Università La Sapienza, affronta le biografie dei due premi Nobel in modo sempre diretto - con buona soddisfazione di chi cerca oltre ai consueti dati pure l’illuminante aneddoto – senza tuttavia dimenticare di dar peso a quelle idee che tanto elementari e spicciole in realtà non sono. In più, la Arzeni ha scelto una prospettiva assai originale per dar corpo a queste vicende intellettuali: quella del rapporto degli scrittori con  l’attività di “giardinieri”, vale a dire non soltanto del loro specifico rapporto con la natura, ma letteralmente del loro modo di viverla e controllarla empiricamente. In questa qualità, pur con sentimenti simili, gli scrittori furono diversi. Hesse si impegnò in prima persona con la zappa a rivoltare la terra del suo podere di Montagnola, in Canton Ticino, rinfrancandosi ogni mattina attraverso una semplicità di vita che per lui coincideva con l’idea stessa della felicità . Viceversa Tagore, di famiglia ricca e abituata a uno stile di vita sfarzoso, si affidò alle altrui cure per mantenere alla quota del proprio sentimento spirituale quello che chiamare “giardino” rischia di apparire fuorviante, trattandosi di uno spazio immenso punteggiato di edifici immersi in svariate specie arboree, così da riprodurre vari ideali estetici e funzionali, in quell’incontro di Oriente e Occidente che il poeta inseguiva.

 Nel riportare entro il perimetro concettuale del “giardino” quanto ha osservato precedentemente sui due scrittori, la Arzeni, con stile leggero e narrativamente partecipe – senza alcun snobistico vezzo, pose da gran dama o farneticazioni new age – ricapitola temi come il pacifismo nella loro drammatica e per niente spicciola consistenza che ha di fronte abissi naturali e umani, catastrofi e guerre. Che il pacifismo non sia l’acconciatura di quell’irresponsabile candore che taluno, con sussiego intellettuale, vorrebbe fosse, ma una scelta drammatica, lo dimostra il fatto che se all’epoca della prima guerra mondiale si era tacciati di disfattismo, vent’anni dopo, all’epoca della successiva – come accadde a Jean Giono ma anche agli operai americani che scioperavano – si finiva complici di Hitler e Mussolini. Hesse e Tagore, spiega la Arzeni, non hanno scoperto il segreto di una pace perpetua, né hanno scritto il breviario della felicità. Se non possiamo conoscere tutto, possiamo tuttavia accettarlo e trovare armonia nelle contraddittorie tempeste della vita.

Apprendiamo dalle prime pagine di questo libro, quasi di sfuggita, che fra Toscana e Umbria l’autrice si è dedicata alla creazione di un suo giardino. Hesse e Tagore hanno modulato all’infinito gli stessi temi, senza il timore della ripetitività. E’ facile immaginare che con la stessa cocciutaggine la Arzeni si stia dedicando a questa creazione.

(“Il Secolo XIX”, 31 maggio 2008)




permalink | inviato da bub il 2/6/2008 alle 7:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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