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Diario


1 giugno 2008

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Christopher Hitchens
Consigli a un giovane ribelle
Traduzione di Mario Marchetti, Einaudi, 2008, €12

Polemico e critico, intenso e ironico, Hitchens intesse una meditazione arguta su cosa significhi pensare, vivere, opporsi. Nelle sue 19 lettere immaginarie a uno studente, esplora l'intera gamma di posizioni contrarie, dalla dissidenza all'anticonformismo, dal radicalismo alla ribellione, introducendo le nuove generazioni alle figure che lo hanno ispirato.
Senza tempo e nel tempo, questo «minimanifesto» che eleva il dissenso a strumento del progresso e della democrazia raccoglie tutte le pulsioni di un autentico ribelle.

«Guardati dall'irrazionale, per quanto seduttivo. Diffida della compassione; preferisci la dignità per te e per gli altri. Non aver paura di essere considerato arrogante o egoista. Non essere mai spettatore dell'ingiustizia o della stupidità. Cerca la discussione e la disputa per il piacere che ti dànno; la tomba ti offrirà un sacco di tempo per tacere».

«Perfino i lettori in disaccordo con Hitchens non potranno fare a meno di godersi questa analisi profonda sull'importanza di "essere contro"»

«Booklist»


la prefazione

 

Caro X,
adesso che è ora di lanciare questa barchetta di carta tra i flutti, ho pensato che sarebbe bello scriverti un'ultima lettera a stregua di inizio. Mentre il libro era nelle mani di redattori e tipografi, ero preso in mille altre faccende, come sai. A un certo punto mi è tornata alla mente una domanda che mi avevi fatto di passata: come reagisco quando mi vedo prevaricato, quando vedo i miei sforzi travisati dalla stampa?
La risposta sintetica è che ci ho fatto l'abitudine senza per questo diventare indifferente. Io per primo attacco gli altri senza risparmiare giudizi; a mia volta, non ho diritto di aspettarmi indulgenza. E non credo a chi sostiene di infischiarsene di recensioni e critiche. Comunque, sono stufo di leggere recensioni e critiche basate su ritagli di recensioni e critiche precedenti. Così, c'è sempre una frase, di solito un cliché di parole prese in prestito, che recita: «Hitchens, tra i cui precedenti bersagli si contano Madre Teresa, la principessa Diana e Bill Clinton, adesso ha preso a occuparsi di... »
Come hai facilmente intuito, tutto ciò è deprimente. In primo luogo, mi annoia vedere la mia supposta «professione» ridotta a riciclaggio. Nessuno ha mai neppure avuto l'originalità di dire: «Hitchens, che ha criticato Madre Teresa per il suo fervido sostegno al regime haitiano di Duvalier». È solo una maniera subdola di emarginare le opinioni dissenzienti o di trattarle con micidiale condiscendenza. Non è comunque il vittimismo che mi ha spinto a scrivere. Consentimi di raccontarti cosa mi è successo nel corso di un solo mese, tra maggio e giugno del 2001.
Su richiesta diretta del Vaticano, ho ricevuto l'invito a testimoniare per la parte avversa nelle udienze per la canonizzazione di Madre Teresa. È stata un'opportunità straordinaria quella di svolgere, in senso letterale, il ruolo di «avvocato del diavolo», e devo dire che la Chiesa si è comportata con attenzione e scrupolo infinitamente superiori rispetto ai miei critici di sinistra. Porte chiuse, una Bibbia, un registratore, un monsignore, un diacono e un prete: una pratica di deposizione solenne, nella quale sono stato incoraggiato a esporre tutte le mie scoperte e le mie opinioni. Ti racconterò i particolari in un'altra occasione; l'importante è che adesso la faccenda non sia monopolio dei fondamentalisti.
La televisione britannica ha trasmesso un documentario esauriente sulla principessa Diana, concedendo (finalmente) spazio e tempo adeguati a quelli tra noi che non ne condividevano il culto. Sono stato intervistato abbastanza a lungo senza essere neppure un po' subissato dalle reazioni isteriche che, fino a non molto tempo prima, sarebbero state un rischio del mestiere. Come si poteva gonfiare di nuovo quel soufflé?
Slobodan Milolevic è stato condotto all'Aia per affrontare il processo. Non mi posso dire felice del modo in cui è stato di fatto «comprato» dalla Serbia in cambio di promesse di aiuto finanziario, ma erano passati ormai un po' di anni da quando, a Dayton, aveva iniziato a cooperare col tribunale, e quel che è troppo è troppo. Ho pensato a tutte le discussioni che avevo avuto su Srebrenica, Sarajevo e il Kosovo, e a tutte le scuse sconclusionate che erano state messe in campo pur di non fare niente per fermare il serbofascismo, e a tutte le volte in cui in Bosnia la situazione era parsa disperata, e mi sono concesso di essere orgoglioso del poco che avevo fatto, ma ho provato anche vergogna per quanto poco fosse stato.
Si è trovata la sigla d'approvazione del presidente Clinton su un appunto scritto dal fratellastro Roger, ingaggiato per cercare di ottenere la grazia a favore di un trafficante di droga e per giustificare come fosse finita in mano sua una bella mazzetta di traveller's cheque. Ci fu la solita melina sulla «ricompensa non provata», ma subito dopo la grazia a Rich ho fatto notare che già da un po' di mesi andavo sostenendo, in polemica con altri, che Clinton era un imbroglione da quattro soldi. Credimi, ricordo quando le cose stavano diversamente...
Henry Kissinger, sfidato ad affrontare in televisione l'accusa che gli avevo rivolto di essere responsabile di crimini di guerra e di crimini contro l'umanità, ha reagito con il tentativo folle e disperato di cambiare argomento e mi ha denunciato come negatore dell'Olocausto nazista (anche lui ha seguito la consuetudine di menzionare Madre Teresa e, per non so quale ragione, Jackie Kennedy). Ciò mi ha permesso di intentargli causa, sia per diffamazione nei miei confronti, sia allo scopo di dimostrare - grazie all'ingiunzione di esibire i documenti - che era un bugiardo matricolato e abituale. Considerando quanto io avevo detto di Kissinger sulla stampa, la sproporzione tra la mia causa contro di lui e la sua contro di me si è resa evidente a tutti. Ma io ho potuto provare che ciò che avevo detto era vero, mentre lui non ci è riuscito, e questa è un'altra bella differenza (Adlai Stevenson disse una volta a Richard Nixon: «Se lei smette di dire bugie su di me, io smetterò di dire la verità su di lei». Suona bene, ma non me la sento di fare un accordo del genere con l'uomo che ha portato la devastazione in Cambogia, a Cipro, in Cile e a Timor Est).
Ebbene, è stato un mese meraviglioso e stupefacente; forse il più bello della mia vita (nello stesso periodo avevo portato a termine il mio eterno studio su George Orwell. Avevo imparato molto di più scrivendo su di lui che non su chiunque altro abbia citato prima). Ti racconto queste cose non per vantarmi, anche se non lo nego. Quel mese mi compensò dei tanti e tanti altri mesi in cui la cultura della celebrità, la feccia dei manipolatori e gli avvocati corrotti e i fasulli uomini di Stato e i chierici pareva l'avessero avuta vinta su tutta la linea. Torneranno, naturalmente. Sono sempre «di ritorno». Non mollano mai la presa. Ma la loro vittoria non è automatica. E ci dovrà anche essere il riconoscimento che avevamo ragione, molto più piacevole di qualsiasi falsa illusione indotta dalle buone critiche o dalla «buona stampa».
Spero di poter approfondire un po' di queste cose nelle pagine che seguono, e ancora una volta ti ringrazio per avermi stimolato a scrivere.

http://www.einaudi.it/einaudi/ita/default.jsp




permalink | inviato da bub il 1/6/2008 alle 7:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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