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Diario


24 agosto 2008

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AA. VV.

NESPOLOCINEMA. Time after time

Castoro, 2008, €35

Il rapporto di Ugo Nespolo con il cinema è intenso e costante e si concretizza, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta e per più di quarant’anni, in molteplici forme ed esperienze, dai film veri e propri ai quadri di soggetto cinematografico realizzati con le più diverse tecniche e materiali, ai manifesti per mostre e rassegne proprie e altrui. Il volume pone l’accento soprattutto sul “fare cinema” di Nespolo: accanto a una selezione di opere scelte dall’autore stesso nella sterminata produzione di questi decenni, trovano posto le riproduzioni di decine di fotogrammi di film e foto di set da cui riaffiorano figure mitiche e protagonisti indimenticati della scena artistica e intellettuale degli ultimi decenni del Novecento, tra cui Lucio Fontana, Enrico Baj, Renato Volpini, Allen Ginsberg, Mario Merz, Michelangelo Pistoletto, restituiti attraverso frammenti  visivi, ritratti, fotogrammi gonfiati e a volte trattati fino a diventare delle opere a se stanti, compiute.Il volume offre così uno sguardo inedito e affascinante di quella straordinaria e vitale stagione artistica della seconda metà degli anni Sessanta in Italia, di cui Nespolo è stato protagonista, restituendola attraverso una galleria di volti, personaggi, oggetti, atmosfere, rimandi linguistici ed espressivi: una sorta di “mappatura ideale” di “debiti” culturali e intellettuali privati che sono al contempo “tracce” di un immaginario comune e collettivo, di un periodo storico e artistico che ancora oggi non smette di esercitare la propria influenza.




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24 agosto 2008

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Roger Caillois

Œuvres

Edition établie et présentée par Dominique Rabourdin. Gallimard, "Quarto", €32

Gilles Bastin, “Le Monde”, 21/08/08

Dans le siècle qui inventa le structuralisme, Roger Caillois (1913-1978) fait figure d'égaré, anachronique et magnifique à la fois. Elu à l'Académie française (en 1971), une assemblée dont il moqua, en y recevant Claude Lévi-Strauss, la "broderie tribale", c'est dans le noir, flanqué de lourds candélabres, qu'il prononça son discours de réception au mois de janvier 1972. La panne d'électricité était fortuite sans doute. Elle ne manqua pas de réjouir celui qui avait commencé sa vie d'intellectuel dans la compagnie des mythes les plus archaïques de l'humanité et s'apprêtait à la finir dans celle des pierres et des minéraux.

La publication de ce recueil est l'occasion, sinon d'un bilan sur la place de Caillois dans le paysage intellectuel du XXe siècle, du moins d'une traversée de ce siècle. Surréaliste un temps, Caillois se fâcha d'abord avec Breton, qui lui refusa - pour ne pas cesser d'être poète - la dissection d'un pois sauteur mexicain. Fondateur, avec Michel Leiris et Georges Bataille, du Collège international de sociologie, il trouva alors dans une version exaltée de l'analyse des "faits sociaux totaux" de Marcel Mauss, un exutoire à ce que le jeune Brasillach avait appelé "une intelligence un peu submergée par ses richesses". Le jeu, le pouvoir charismatique hitlérien, la mante religieuse furent au nombre des objets de la curiosité du mystique matérialiste que ce recueil permet de redécouvrir.

CONFÉRENCIER INFATIGABLE

On peut d'ailleurs se demander ce que son oeuvre serait devenue si Caillois avait donné suite à son recrutement comme chargé de recherche de troisième classe du CNRS en 1948. Par chance sans doute pour le conférencier infatigable, le brillant esprit et l'ambassadeur de la littérature sud-américaine, c'est l'Unesco qui fit entre-temps appel à lui pour mettre de l'ordre dans ses traductions des oeuvres représentatives de l'humanité.

Dès lors, les projets de recherche qui le plaçaient dans la filiation d'analyse des mythes ouverte par Georges Dumézil laissèrent la place à un éclectisme rebaptisé du nom de "science diagonale", ainsi qu'à une quête poétique de connaissance de l'univers par ses paysages et ses formes les plus intangibles, depuis Patagonie en 1946 jusqu'à Pierres en 1966.

Le parti pris éditorial qui préside à ce recueil conduit le lecteur à suivre Roger Caillois dans cette quête, sous les auspices du récit autobiographique Le Fleuve Alphée (1978). Le Caillois "minéral" s'en trouve sans doute privilégié au détriment du "sociologue". Les deux gardent indubitablement leur part de mystère.




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23 agosto 2008

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Dario Geraci

PIOMBO '70. Il braccio armato del cinema italiano


Domino, 2008,  - €11

 
Città dure e aspre che crescevano su loro stesse perdendo la propria identità. Il tempo della malavita romantica era finito. Milano era diventata come Marsiglia, Roma come Chicago. La storia della malavita in Italia viaggiava di pari passo con quella del Paese, un Paese vivace, fino a poco tempo prima povero e affamato di grandi speranze. La naturale conseguenza in ambito artistico è lo sfruttamento intensivo che ne seguirà da parte di tutta l'industria cinematografica.




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23 agosto 2008

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Rossella Ghigi

Per piacere. Storia culturale della chirurgia estetica

Il Mulino, 2008, €15

Paola studia all'università e lavora il fine settimana in un supermarket per pagarsi una "taglia in più" di seno. Laura ha deciso di cancellare le rughe del viso con un lifting per salvare il suo matrimonio. Piero è deriso dai compagni per le sue orecchie a sventola e i genitori stanno pensando di farlo operare. Trasformare il corpo a colpi di bisturi è una pratica sempre più diffusa, ma è davvero una novità solo degli ultimi anni? E perché lo facciamo, per piacere a noi stessi o agli altri? Rossella Ghigi ripercorre la storia della chirurgia estetica scoprendo insospettabili continuità nel processo che ha portato alla banalizzazione di questa pratica nell'era contemporanea. Dalla ricostruzione dei nasi tagliati nei duelli medioevali alla cancellazione dell'infamia della sifilide, dalla correzione del "naso da ebreo" negli immigrati del primo '900 alla occidentalizzazione degli occhi asiatici del secondo dopoguerra sino al corpo scolpito della donna in carriera, quello che è chiamato in causa è soprattutto l'individuo e il suo desiderio di integrazione sociale. Più che a istanze di eccezionalità corporea, la chirurgia estetica sembra rispondere a un bisogno di "normalità" esteriore, quale che sia il significato attribuito a questa parola nelle diverse epoche.




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22 agosto 2008

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Michael Pollan

 
Il dilemma dell'onnivoro

 
Adelphi, 2008, €28

Che cosa mangiamo, e perché? Sono domande che ci poniamo ogni giorno, convinti che per rispondere basti sfogliare la rubrica di un giornale, o ascoltare per qualche minuto l’ultimo imbonitore nutrizionista ospitato in tv. Ma se quelle domande le si guarda un po’ più da vicino, come fa Michael Pollan in questo suo documentato e brillantissimo saggio, forse il primo sull’argomento a non prendere alcun partito, se non quello dell’ironia e del buon senso, le risposte appaiono meno scontate. Che legga insieme a noi le strepitose biografie del defunto pollo «biologico» riportate sulla confezione di petti del medesimo, o attraversi le lande grigie e fangose del Midwest, dove milioni di bovini nutriti a mais e antibiotici vivono la loro breve esistenza fra immensi stagni di liquame, Pollan arriva immancabilmente a conclusioni di volta in volta raccapriccianti o paradossali. Il fatto, che Pollan descrive con rigore ed estrema chiarezza, è che trovarsi al vertice della catena alimentare – cioè poter mangiare, a differenza delle altre specie, quasi tutto – offre all’homo sapiens numerosi vantaggi, ma lo espone a quasi infinite possibilità di manipolazione. Per condurre una vita meno insana, dunque, l’onnivoro ha bisogno di sapere, sui propri appetiti e sui propri meccanismi adattivi, almeno quanto ne sanno gli strateghi dell’industria alimentare. In altre parole, ha bisogno di un libro come questo. Traduzione di Luigi Civalleri.




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21 agosto 2008

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AA.VV.
UNO SPAZIO STORICO. Committenze, istituzioni e luoghi nel Piemonte meridionale

a cura di G. Spione e A. Torre, UTET, 2008

Il volume raccoglie una serie di casi di studio dedicati alla committenza artistica, alle istituzioni locali e alle problematiche relative alla catalogazione dei beni culturali e territoriali locali. L'area prescelta, quella del Piemonte meridionale rivela allo sguardo puntuale delle autrici e degli autori di questo volume una ricchezza inaspettata nei termini del patrimonio culturale che rintraccia e dei problemi che la sua analisi solleva. Una serie di comportamenti economici e politici, così come di scelte culturali apparentemente eterogenee, può essere letta come una manifestazione della frammentazione politica e sociale da cui questa area è stata caratterizzata nel tempo lungo qui preso in esame.




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21 agosto 2008

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Gruppo Folklorico Città di Genova
LIGURIA FOLK

ERGA Edizioni, 2008

Il Gruppo Folclorico Città di Genova, che da quasi un secolo porta nel mondo le tradizioni della nostra città, ci accompagna in un viaggio nella canzone genovese e, attraverso il suo repertorio, ne individua le caratteristiche dei vari filoni: la canzone popolare, il trallallero e la canzone dialettale.




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20 agosto 2008

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Luca Brogioni

Le edizioni Vallecchi. Catalogo 1919-1947

Franco Angeli, 2008, €26

Ricostruire la storia della casa editrice Vallecchi dal 1919 al 1947 significa ripercorrere più storie intrecciate della cultura e della società italiana. Attilio Vallecchi, affermato imprenditore tipografico, con il marchio Vallecchi Editore si presenta come erede e continuatore dell’avanguardia futurista, interventista e pragmatista fiorentina e nazionale. Una casa editrice che vuol crescere promuovendo autori come Papini, Soffici, Palazzeschi e giovani “insoddisfatti e smaniosi” e che, oltre ad essere un importante strumento di proposta culturale, sostiene la riforma scolastica del 1923 con la collaborazione di Ernesto Codignola, per divenire poi uno dei principali editori dei rinnovati libri di testo con la partecipazione diretta del ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile e dei suoi successori alla Minerva. Una casa editrice multiforme che cerca di identificarsi con il Regime e le sue battaglie culturali per beneficiare dei sostegni statali e che nel contempo diviene luogo di espressione di nuove forze intellettuali.




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20 agosto 2008

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Armando Di Raimondo
IL FORTE DEL CASTEL DI GAVI (1528-1797)

Erga 2008
Collana "Storia"

Un antico Castello diventato fortezza inespugnabile: questo è il Forte di Gavi, chiave d'accesso alla città di Genova dalla parte dell'Oltregiogo. Data l'importanza del luogo, le opere difensive di Gavi seguirono costantemente l'evoluzione delle tecniche d'assedio e di combattimento, fino alla realizzazione dell'attuale fortezza, in grado di resistere anche ai più violenti attacchi da parte delle artiglierie nemiche. La prima parte del libro racconta la genesi ed i successivi potenziamenti di quest'importante struttura militare, frutto del lavoro dei migliori architetti ed ingegneri nel corso di tre secoli, dal Cinquecento all'epoca napoleonica. Oltre a questo, vengono ripercorse le principali vicende belliche che misero alla prova il Castello prima ed il Forte poi. Nella seconda parte sono trattati tutti gli aspetti delle condizioni di vita cui erano soggetti i soldati di stanza nel Forte. Oltre a questo, si descrivono gli effetti delle devastanti epidemie di peste che colpirono, insieme, la popolazione di Gavi e la guarnigione del Forte. A completare il tutto, la descrizione del trattamento riservato agli ospiti illustri di passaggio ed, in perfetta antitesi, alcuni episodi emblematici delle dure condizioni di vita dei soldati nel Forte.




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19 agosto 2008

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Dopo Bloomsday

Il 16 giugno 2008, Bloomsday, l’Ulisse di James Joyce è stato letto in pubblico pressoché integralmente per il terzo anno consecutivo nel centro storico di Genova. Alla lettura, curata da Massimo Bacigalupo e Claudio Pozzani nell’ambito del Festival Internazionale di Poesia di Genova, hanno partecipato oltre sessanta lettori (fra cui attori, studenti, studiosi, appassionati…).  Quelle che seguono sono le riflessioni di alcuni dei partecipanti, con il titolo dell’episodio relativo e il luogo dove si è svolta la lettura.

ANNA SPARVIERO (La Scuola, ore 10, Facoltà di Lingue)

Caro Massimo,

grazie per avermi coinvolto nel tuo Bloomsday, è stato bello leggere a un pubblico attento che alla fine ci ha applaudito, ma è stato bello anche dedicarsi a prepararlo nei giorni precedenti. A casa mia ormai si parlava di Joyce come di uno di famiglia e l'ascolto del  cd con la registrazione del mio capitolo si alternava alle sonate e i concerti .Volevo imparare bene i toni...

La mattina del 16 giugno poi, sotto quel diluvio, sono successe due cose molto carine, che vi racconterò. Beppe Manzitti, il mio simpatico partner di lettura, mi telefona il giorno prima proponendomi di vederci la mattina del 16 per vedere meglio le pagine che ci eravamo divise. Ci diamo appuntamento a Sturla, lato Maristi, alle 8 e mezzo. Dice proprio " Maristi " e non Champagnat come tutti oggi, gente senza un passato. Seduta nel mio autobus, verso l'appuntamento, comincia una delle solite piogge per mancanza di anticiclone e io mi rimprovero di aver accettato l'appuntamento a Sturla con Beppe. in macchina, in centro, zona Annunziata, col traffico, dove avremmo dovuto posteggiare? Quanta acqua avremmo preso? Io poi che difendo l'uso dei mezzi pubblici contro le auto...Arrivo all'appuntamento, piove meno, vedo Beppe che mi viene incontro sorridente e bello. Ci salutiamo e mi indica un' auto lì vicina...alla guida un AUTISTA. Non con divisa e berretto, ma un vero autista...Non dico niente del mio stupore, ma sorrido dentro di me, delle mie preoccupazioni terrene. Beppe è metafisico con il suo autista Francesco che ci porta davanti all'ingresso della facoltà di lingue di santa Sabina.

Finita questa prima scenetta della mattinata, seduti su una panchetta di un corridoio dell'Università, sfogliando il nostro libro, chiediamo informazioni su una certa aula a una ragazza. Ci dà le informazioni e poi, guardandoci, ignorando evidentemente i nostri capelli bianchi e grigi, ci chiede se siamo lì per un ESAME. Questa volta a sorridere é Beppe, contento, proprio come poco prima era successo a me vedendo il suo autista.

Ecco i nostri aneddoti. A un altro anno, caro Massimo e grazie ancora.

Anna Sparviero

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FRANCESCO MACCIO’ (La spiaggia, Libreria del Porto Antico, ore 11)

Una quindicina gli spettatori predisposti all’ascolto, infreddoliti da una pioggia insistente, tutti seduti in un improvvisato mini-teatro contornato lateralmente da scaffali di libri

– di là dalla vetrata rigata di pioggia, lo sfondo poco bloomiano di Palazzo San Giorgio, ma, a guardare più attentamente, “uova di pesce e marame, la marea avanzante...”

– di là dalla vetrata rigata di pioggia, chi vi fosse passato davanti scrutando all’interno (“ineluctable modality of the visible”) avrebbe potuto scorgere fogli sparsi sul leggio e in piedi, di spalle, i lettori di questa ultima tappa della Telemachia, tappa sezionata prudentemente in otto parti, facendo ricorso nella lettura alla vetusta figura dell’anadiplosi, spuria certo e non joyciana: voce maschile e voce femminile in alternanza, che inizia una ripetendo le parole conclusive dell’altra, in modo da evocare, rifiatando, i tempi remotissimi in cui le opere venivano affidate alla voce e all’ascolto visivo di una voce

– numerose le parti cantabili tutte senza partiture nel testo (a iniziare da quel “Vuoi venire a Sandymount / Cavallina Maud?”) e tutte impudentemente cantate: arie affidate a libere interpretazioni, un po’ traditional Irish, alla Dubliners, tanto per dare il riferimento di una linea melodico-musicale, con la stoccata di imprevedibili clausole (“lina Maud”)

– di là dai vetri rigati di pioggia “brezze mordenti e frizzanti”, qualche volto sbirciante di passaggio, qualcun altro catturato dalle voci amplificate (o da un verdiano “All’erta”): una ragazza sorridente appena entrata compulsa libri agli scaffali, uno dopo l’altro... uno accanto all’altro... (“nacheinander”... “nebeneinander”...) traguardando ciò che accade sulla scena

– sulla scena invero non accadeva niente, e niente invero doveva accadere, ma ogni cosa nominata prendeva forma (“legno crivellato dal tarlo marino, perduta Armada”)

– applausi rincuoranti alla fine (“come un fiotto di vapor di caffè dalla caldaia brunita”) e commenti sorgivi del pubblico a scena inevitabilmente aperta: “viaggio onirico”, “come se la realtà fosse dentro di lui” (dentro Stephen), “nel pieno dello stream”: queste pressapoco le parole di chi aveva voglia di dire, tanto per non finire... rimanendo ancora lì seduto “controcorrente, muovendo silenziosamente, nave silenziosa”.

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CARLO VITA (I Lotofagi, ore 10, Galleria Cerruti)

Confesso che, pur avendo partecipato con molto piacere e impegno, stimolato dall’entusiasmo dell’amico Massimo, ai tre Bloomsdays genovesi sin qui celebrati, non sono una sfegatato dell’Ulisse. Custodisco  in posizione di pronto uso la mia brava copia, che è poi la classica versione di Giulio de Angelis (non nella mitica Medusa del 1960, solo nella prima edizione Oscar del 1973), ma non ho mai fatto notte fonda per leggerla  tutto d’un fiato, come tanti romanzi anche molto spessi di cui taccio i titoli.

Ci ho provato almeno tre volte, partendo con la migliore buona volontà e segnandomi anche qua e là, nei primi capitoli, anzi pardon, episodi, qualcuna delle tante cose interessanti da ricordare. Ma poi mi sono fermato.

L’Ulisse è una delle molte buone intenzioni che lastricano il mio modesto inferno libresco.

Il gran Libro resta lì, nella lunga fila dei testi che devo assolutamente affrontare seriamente (e che, temo, non farò più in tempo a leggere).

Ogni tanto, nei rari momenti di illusione onnivora, torno ad aprire a caso il volume a uno degli episodi, andando prima a consultarmi lo “schema Linati”, chiave essenziale, come si sa, per una  lettura consapevole. E torno a divertirmi e interessarmi alle vicende esteriori e interiori di Leopold  e compagni. Parrebbe venuto il gran momento della lettura integrale, ma presto mi distraggo, chiudo il libro, lo ripongo nella solita posizione di pronto uso. 

Una volta, dopo che Massimo me ne aveva parlato coma sa fare lui, con intelligenza e dottrina, ho affrontato il diciottesimo capitolo-episodio, l’ultimo, quello di Molly-Penelope tra le lenzuola.   L’ho letto tutto, stropicciandomi gli occhi ogni dieci righe, come credo abbia fatto Morando Morandini, che considera la lettura  dell’Ulisse un doveroso “penso” al quale non ci si può sottrarre, se si vuol essere informati.

Poi arriva il Bloomsday e Massimo mi prega con la sua solita implacabile gentilezza di leggere “a viva voce” un episodio in qualche luogo genovese scelto ad hoc (stavolta è la galleria d’arte Cerruti, in Salita S. Matteo, alle 10 di mattina), e io mi preparo. Ascolto il nastro (fornitomi dall’efficientissimo amico), con la lettura in lingua originale di un ottimo attore inglese di cui non riesco a ricordare il nome, sottolineo, segno pause e cambi di tono, e se  la mia performance è da condividere con un partner (come quest’anno, con il giovane e simpatico Alessandro Damerini), si fanno insieme le prove e ci si distribuisce le “battute”, come a teatro. Massimo lascia che ciascuno “gestisca” la sua parte di testo come meglio crede, e mi pare che il criterio funzioni: stimolati dalla fiducia concessa, tutti  si impegnano al meglio.

Come a teatro: questo è il punto. Leggere un libro per un pubblico non è che una rappresentazione, e deve sottomettersi alle  regole (o leggi) dello spettacolo. Il professore che legge un libro in cattedra può seguire o no le stesse norme. Se le segue, e ci sa fare, diverte e avvince la classe, tanto più se ogni volta che serve si ferma a commentare e sottolineare una parola o una frase,  a  spiegare il  significato e i rimandi di un passo. Un effetto straniante, che contribuisce efficacemente  a far meglio conoscere e capire il testo e a suscitare amore per l’opera. Se il professore ci sa fare. Se no, tutto diventa una noia mortale.

Leggere per un pubblico è uguale ma più difficile. Non  puoi interromperti per  spiegare, non c’è tempo per fermare una certa parola o un concetto, le parole corrono, gli eventi si susseguono come onde del mare, ogni nuova onda tende a far dimenticare le precedenti.

Il lettore deve saper prendere il posto del narratore e del professore e diventare, come quelli, onnisciente. E lavorare con i cambi di tono, le pause, le sottolineature di voce. Sono questi gli unici strumenti di cui può disporre per avvincere e appassionare gli ascoltatori alla storia (anche il modernismo più estremo ha bisogno di una “storia”, non se ne può fare a meno).

Per esempio: nel quinto episodio che ho letto quest’anno, quello detto  dei “Lotofagi”, mangiatori della pianta che dà l’oblio, come narra Ulisse nel nono libro dell’Odissea, a un certo punto Leopold Bloom, nel suo girovagare monologando interiormente per le vie di Dublino in attesa delle undici, ora del funerale del povero Dignam, incontra un paio di scocciatori, tra cui Bantam Lyons, che gli chiede di prestargli il giornale per  vedere i nomi dei cavalli che corrono a una coppa d’oro di Ascot. Bloom per liberarsi dell’incomodo cerca di lasciarli il giornale, tanto  - dice – stava per buttarlo via.

Si saprà in episodi successivi che quel “buttarlo via” è stato generatore di equivoci: Bantam lo prende per il nome di un cavallo, Throwaway, su cui scommetterà e vincerà, ma succederà anche che si diffonda la voce che Bloom stesso abbia giocato e vinto, rivelandosi però spilorcio nel non festeggiare la vincita con gli amici.

Tutto questo non si sa nel quinto capitolo, ma io lettore in pubblico, che lo so, mi sono preoccupato di marcare con la voce il “buttarlo via”. Scrupolo inutile, perché nessuno degli ascoltatori ne ha potuto capire il senso (come del resto il lettore del libro, il quale capirà solo proseguendo la lettura). Scrupolo tanto più inutile anche perché sarà stata bassissima la probabilità che qualcuno dei miei ascoltatori sia andato a sentir leggere in altri luoghi i passi rivelatori dell’equivoco.

Ma il bello della lettura in pubblico sta anche, per  me, in questi scrupoli e in questa scommessa.

Nessuno ugualmente si sarà accorto (tranne Massimo) che, nel leggere, ho aggiunto qualche interiezione rafforzativa e che ho a un certo punto ripetuto le sigle ieratiche INRI e IHS per legarle meglio alle interpretazioni un po’ blasfeme che, stando a Bloom, ne darebbe Molly.  Ma queste sono licenze che il lettore in pubblico si deve prendere, se il fine della lettura è la miglior intelligenza da parte degli astanti. Tanto più che “verba volant”, e nessun critico verrà a contestarmi le trasgressioni alla sacralità di una versione (che varrebbe però la pena di modificare istituzionalmente, secondo me, per le letture pubbliche, di cui si va diffondendo la moda).

Alla fine della lettura mi si è avvicinato un giovanotto giapponese, nel quale in questo periodo mi imbatto continuamente agli eventi letterari. Dev’essere un professore e parla un italiano inusualmente perfetto. Mi ha detto “Finalmente, grazie a lei e al suo compagno di lettura, ho capito l’umorismo dell’Ulisse.

Dovrò anch’io, finalmente, decidermi a leggere per intero questo benedetto Libro.

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GIORGIO GAZZOLO (Ade,  Refettorio in S. M. di Castello, ore 11)


Credo di potermi sentire un vecchio in tema di Bloomsday. Non dico “veterano” apposta: non vorrei glorie o  medaglie che non ho meritato. Né questa lettura dell’Ulisse ideata da Massimo Bacigalupo può essere in qualche modo considerata battaglia.

Pur avendo sempre avuto (in tre anni di joyciano servizio) delle partner femminili, nessuno scontro violento si è verificato, sia durante la preparazione, sia durante la lettura.

 

Il capitolo “Ade”  (mai cambiato)  mi riporta un poco al tema della vecchiaia; non come lo affronta Joyce (mai mi permetterei una avventura simile) piuttosto come mi tocca affrontarlo personalmente: varie volte ho pensato all’Ulisse come ad un possibile

MANUALE DI SOPRAVVIVENZA PER SINGLE ANZIANO.

Mr. Bloom (quasi quarantenne) forse, per la sua epoca, potrebbe essere considerato un anziano; non è un single ma la sua condizione di ebreo e di cornuto lo avvicina molto a questa categoria. Tuttavia va riconosciuto che il vasto testo di Joyce difficilmente può essere considerato un manuale. Anche se la sopravvivenza (in senso corporale) sembrerebbe un tema costante.

Personalmente la questione era riuscire a sopravvivere a tre letture di un episodio, il VI, tutto traballante (come un percorso in antica carrozza) fra idee di morte e beffarde considerazioni che tendono a immalinconire Mr. Bloom. Bloom certamente gomito a gomito con gli altri tre partecipanti. In una situazione che  (lasciatemi immaginare) non lo mette di buon umore. Poi, però, quando i quattro dalla carrozza escono, non è che le cose vadano meglio.

In tema di vecchiaia ho cercato di “interpretare” il vecchio Dedalus, e le sue uscite stralunatissime (il tempo è incerto come un deretano di bambino) – ma mi sono sentito sempre al di sotto della inesauribile e continua invenzione di frasi e situazioni che l’episodio contiene. Anzi, non le contiene, le fa esondare, le butta fuori.

La prima lettura fu al Museo S. Agostino; partner Annalia de Marini. E’ con lei che è iniziata la divisione dei brani da leggere. Il capitolo già si divide da sé in parti dialogate e parti rimuginate, come pensieri ad alta voce.  Con la mia partner successiva, Natalia Ferretti, abbiamo scombussolato alquanto la lettura, contendendoci (ma senza arrivare al cruento) i pezzi migliori.  Ammesso che si possa dire una cosa così. Natalia canta bene e pronuncia bene l’inglese. Eravamo nella Chiesa di S. Maria di Castello. Tutti la conoscono a Genova, ma nessuno sa dove è. Una cosa genovese.  Avevamo piazzato (sotto la pioggia) dei cartellini azzurri che indirizzassero il pubblico (sempre eventuale) verso la Chiesa.

Insomma così come mi è capitato l’episodio scuro e funereo, nello stesso modo capita sempre a me di leggere le scena del topo obeso, uno dei frammenti a fine episodio dove ironia e dramma si intrecciano di più. Natalia non lo vuole quel topo, me lo lascia tutto.

La prossima lettura: cambiare capitolo? Non ci penso nemmeno. Me lo tengo, visto che di anno in anno ne capisco qualcosina in più. Lo farò abbastanza bene nel 2034. A quell’età (97 anni) avrò forse anche la voce più giusta.

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ADRIANA BOLFO (Il Pranzo, ore 13, Ristorante Perico)

Dopo aver penato un’ora dietro alla macchinetta chiamata computer – su cui Libero, da qualche giorno, fa le bizze – ricorro all’amata carta per partecipare al Forum del Bloomsday, secondariamente ma soprattutto per una sentita e calorosa “risposta” all’accoglienza nel gruppo dei lettori, di cui ho stragoduto impegno, simpatia, benefici – e nel cui ricordo, accanto ad altre cose belle, sto vivendo. Sì, perché qualche volta l’esame di maturità puiò essere piacevole... perché qualche volta la vita scorre facile (speriamo continui), qualche volta si incontrano persone come il nostro coordinatore, che mi ha dato enorme fiducia, e come i lettori, con cui ho provato simpatia tutte le volte che ci siamo riuniti e, ancor più, il fatidico giorno 16. In realtà, forse, non partecipo ad alcun Forum – nel senso solenne del termine – dato che non ho osservazioni né  gustose né pertinenti sul romanzo, sull’atmosfera o altro – come invece ho letto tra i commenti. Ripeto: HO STRAGODUTO tutto: lettura, lettori, musica al “Perico”, simpatia e gentilezza e calore di tutti prima durante e dopo.

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MIRIA CRESCI (La Biblioteca, ore 14, Biblioteca Universitaria)

Accolgo l’invito ad un forum sul Bloomsday appena vissuto.

Ieri la città, immersa in una vera atmosfera dublinese, era  presente e nuova nelle immagini evocate dalle varie letture .

Fitta trama di pensieri , discorsi, azioni.  Luci e  ombre del libro erano attualizzate e palpabili  nel rimando da lettori ad ascoltatori  molto partecipi.

Ho interesse per l’opera – un arcipelago – su cui le indagini e gli approfondimenti sarebbero infiniti –  ma confesso che il passaggio da ascoltatrice appassionata a lettrice mi ha coinvolto maggiormente.

Ho avvertito un’adesione molto calda da parte degli ascoltatori e questo ha contribuito a rendere più reale il racconto .  

Sono entrata nel libro con compagni come Thea De Benedetti sensibile ed abile lettrice e con il …concreto apporto “Joyciano”  di John Meddemen ( divertito e disponibilissimo a supportare la mancanza della voce maschile   a causa dell’impedimento di F.Arato)

Piacevole e coinvolgente poi, riprendere il ruolo di ascoltatrice  di altre voci ed altri capitoli come Le sirene  dove il  profumo dei dolci  nella, pasticceria ,supportava i pensieri ed i dialoghi.

Voci , accenti , modulazioni risuonano con armonie diverse nella diversità dei luoghi .

Bello ed intrigante ..vivere e condividere.. un’emozione !

Grazie quindi all’ideatore e coordinatore.

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JOHN MEDDEMMEN (La Biblioteca, ore 14, Biblioteca Universitaria)

Piazza Principe – nell’antro un incrociarsi frenetico di gente a frotte che si intralcia a vicenda – nell’atrio un frangigente di volonterosi venditori africani – ci si fa strada a zigzag fra ombrellini e ombrelloni tenuti affastellati in braccio, appoggiati ai muri, per terra accatastati – tanto valeva, chi usciva l’ombrello l’aveva già - si erge sulla soglia un Cristoforo Colombo gigantesco lavato da capo a piedi

Genova città-acquario – Via Balbi a nuoto – Piazza Santa Sabina – impiegati ignari – un’Arianna ti conduce gentilmente per i meandri per scoprire che al centro del labirinto non c’era nessuno – saranno magari quelli lì che si sono asserragliati per leggere? – sì, sono loro; stanno leggendo l’ultima pagina: «…non li ha mai lasciati entrare» 

nuovo coinvolgimento nel Diluvio Universale – la mèta, Santa Maria al Castello, lontana – nei carrugi schermaglie di ombrelli aperti – si passa sotto i porticati affollatissimi che costeggiano il Porto – mercanzie a sinistra ed anche a destra, spago, saponi,  aringhe – una sequela di stradine da attraversare a cielo aperto – ogni dieci metri una doccia fredda

Via San Lorenzo – una targa all’angolo a destra, un primo cortese orientamento – e poi biforcazioni, un lungo girovagare senza indicazioni ulteriori – la salita alfine era quella accanto – un’ulteriore arrampicatura e all’improvviso come per incantesimo  appare la chiesa – stanno per iniziare: «Martin Cunningham, per primo infilò la testa incilindrata nella carrozza scricchiolante …» – per ogni dove all’uscita, santi domenicani

Ristorante Perico – in fondo a sinistra una stanzetta appartata – invisibile dietro l’angolo un’allegra brigata – grandi boati, fragorosi applausi – davanti al microfono un volonteroso lettore fatica ad imporsi – discrete cameriere arrivano, sussurrano e poi spariscono – chi deve leggere in un altro locale alle due, esce e si accontenta di una focaccia

Via Balbi, davanti alla Stazione – la Biblioteca – stipate nella sala lunghissima ordinatissime file di gente in speranzosa attesa – dietro la tavola le due lettrici, preparatissime, con davanti, già aperto, il Libro Sacro della Giornata – il terzo componente la Comissione, si viene a sapere lì per lì, non potrà partecipare – la supplenza per forza tocca al malcapitato inglese – il pubblico intrappolato ascolta  con abnegazione e a tre riprese una lettura non prevista in lingua originale – l’improvvisato attore intanto si barcamena, trovandosi davanti lunghi grovigli di parole pluricomposte senza trattino, imbattendosi a sorpresa in perfidissimi lessemi che, in una lettura torrenziale che non ammette ripensamenti, escono per forza malconci: «honorificabilitudinitatibus», «Autontimorumenos Bous Stephanoumenos»

Genova Principe – soppresso il treno proveniente da Levante – c’era uno sciopero dei ferrovieri della Regione Toscana – si saliva su quello di Ponente, dove per fortuna la Toscana non c’è, e così, avendo seguito, con tutta la diligenza del caso ed entro i limiti del possibile,  l’odissea culturale della Grande Giornata, si tornava a casa

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GIANNI GUASTO (La Taverna, ore 17, ore 17, Osteria Moretti)

Consigli ai futuri lettori del capitolo “La Taverna – Il Cicolope” de l’Ulisse di Joyce

 Per leggere un capitolo come “Il Ciclope-La Taverna”, ci vuole innanzitutto il fisico. Un fisico da Ciclope, per l’appunto; o almeno da eroe omerico, il che non è da tutti. Per questo, per i piccoli Bloom di tutti i giorni che vanno a leggere l’Ulisse nelle strade di Genova, la sola salvezza sta nell’ascensione al Cielo per virtù del carro d’Elia, e non di altra forza propulsiva; ma, per tale tipo di epilogo, sono necessarie raccomandazioni speciali.

    Innanzitutto, occorre che si sappia che leggere certe parti del capolavoro joyciano dà molto piacere; per questo, per trarre dalla lettura di alcuni brani il massimo godimento possibile, occorre usare la voce come uno Shofar, il corno di Abrahamo. Non si può infatti leggere la processione di Santi, Beati,  Vescovi, Vergini e Martiri, senza dar fiato alle Trombe dell’Apocalisse;  né lo sterminato elenco di patroni totemici della madre Irlanda istoriati sui ciottoli di fiume che pendono dalla cintura del Ciclope gaelico che tutti chiamano “il Cittadino”. Tra essi, vera galleria fantastica degli antenati, e insuperato modello per i senza-storia di tutti i tempi (anche di quelli che oggi sognano genealogie celtiche o si autoerigono mausolei), figurano personaggi come Cuchulin, Conn delle Cento Battaglie, il Santo Malachia, Hugh O’Donnell il Rosso, Jim McDermott il Rosso, Golia, Horace Wheatley, Capitan Chiar di Luna, S. Brandano, Il Maresciallo MacMahon, Carlo Magno, Cleopatra, Maometto, Marta Marzotto, Lucia di Lammermoor, il Capitano Nemo, Erodoto, Jack Ammazzagiganti, e moltissimi altri.

    Per leggere taluni passi del Capitolo è richiesta una pregressa esperienza professionale nel ruolo di chierichetto (o in più alte mansioni nella scala del ministero ecclesiastico); tale esperienza dovrà inoltre risalire all’epoca pre-Conciliare, quando le funzioni liturgiche erano celebrate esclusivamente in latino.

    L’enumerazione dei nomi dei Santi, dei Martiri, delle Vergini e dei Confessori: St. Cyr, S. Isidoro Aratore, S. Giacomo Minore, S. Foca di Sinope, S. Giuliano Ospitaliere, S. Felice di Cantalice, S. Simeone Stilita, S. Stefano Protomartire, S. Giovanni di Dio, S. Andrea Ferreol, S. Leugarde eccetera, dev’essere cantilenata a intervalli regolari come se il fine dicitore si aspettasse un corale “ora pro nobis” proveniente dal folto e partecipe pubblico.

    Al momento di pronunciare con la dovuta solennità le formule del Ritus Conclusionis (missae papalis):

Adiutorium nostrum in nomine Domini

Qui fecit coelum et terram

Dominus vobiscum

Et cum spiritu tuo

il Celebrante dovrà assumere un tono di voce e una postura adatti alla circostanza.

     Competenze speciali, inoltre, saranno richieste in materia radiofonica: per la lettura dell’elenco dei numerosi titoli nobiliari, di Corte, onorifici, professionali, militari, accademici, sportivi, e associazionistici di S.A.R. il contrammiraglio, onorevole sir Hercules Hannibal Habeas Corpus Anderson, sarà necessaria una conoscenza dettagliata della monumentale opera poetica polifonica che risponde al titolo di “Alto Gradimento”, essendo ormai definitivamente dimostrate le influenze Arbore-Boncompagni-Marenchiane sulla formazione letteraria del giovane Joyce.

     Uno sforzo davvero ciclopico attende quindi gli incauti che si avventureranno in una prova tanto gravosa; né servirà molto accampare, di fronte ai brontolii, ai fischi, ai cachinni e al lancio di scatole di biscotti da parte del pubblico, la propria parentela con celebri lettori dell’Ulisse del passato, quali Jakob Ludwig Felix Mendelssohn Bartholdy, Karl Heinrich Marx, Giuseppe Saverio Raffaele Mercadante, e Baruch Spinoza, per evitare di ascendere alla gloria dello splendore a un angolo di quarantacinque gradi al di sopra della via San Bernardo, dov’è ubicata l’Osteria Moretti, come una palettata scagliata da un badile.

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ENRICA ORIGO (La Taverna, ore 17, Osteria Moretti)

Lunedi 16 Giugno 2008, Genova avvolta nella macaia mi ha fatto credere di essere a Dublino (quella che mi immagino, perché a Dublino non ci sono mai stata).

Un clima perfetto. Il gioco è incominciato. 

La nuvolosa cappa grigia mi faceva sentire sempre più immersa nei vaporosi umori del Bloomsday, e, temendo e desiderando al tempo stesso di perdermi per strada,

gironzolando come Bloom per i vicoli della città antica, mi sono rifugiata nella taverna del Ciclope dove ho ritrovato vecchi compagni del liceo, colleghi di teatro di molti anni fa, ex compagne di banco... Addirittura, quando la lettura era già incominciata ho visto entrare e salutarmi un’amica che vive normalmente in Africa e che non vedevo da anni .

Insieme ai nuovi compagni di avventura la lettura è partita. 

L’osteria Moretti sembrava il luogo adatto per l’incontro che stava avvenendo  tra lettori e ascoltatori : l’odore del vino, le grandi botti, i bicchieri e le sedie di plastica come in certi bar sperduti nella campagna toscana, l’atmosfera lontana di luoghi e tempi sospesi nella memoria, il cuore proteso alla percezione.

Curiosi di sapere come la storia di Bloom si dipanasse nel labirinto di paroleimmagini che via via dalla bocca dei lettori giungevano alle orecchie degli astanti, tutti, anche l’Oste, sentivo che eravamo tutti attenti e tesi nell'ascolto. 

Contenti di giocare un gioco nuovo, di attraversare un mare ignoto, timonando a turno, perdendo a tratti la rotta o non sapendo sfruttare la raffica nel modo e nel momento giusto, oppure prendendo felicemente il vento in poppa e portando la barca fuori, lontano dalla  macaia, abbiamo navigato qualche ora, liberi e divertiti, approdando infine all’ultima parola, “badile”.

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LUCETTA FRISA (Le Rocce, ore 18, Commenda di Prè)

   Leggere uno dei capitoli più osé e anticattolici dell’Ulisse dentro una chiesa è un’esperienza assolutamente inedita. Un alone di perversione attraversa tutte le pagine dell’episodio XIII - Le rocce - dove una signorina molto per bene con tutti i vezzi della sua classe e della sua adolescenziale età (in cui l’autore vuole reinterpretare la Nausica omerica), si vede concupita a una certa distanza da un Ulisse-Bloom che sfoga la sua virilità frustrata nel voyeurismo e, verso la fine del capitolo, finisce addirittura col soddisfarla da sé. Il celebre stream of consciousness si può dire venga spartito tra i due protagonisti: quello petulante e frivolo di Gerty-Nausica  e quello greve di Bloom-Ulisse. Il concupiscente sta appostato dietro un cespuglio, la fanciulla vergine posa  maliziosamente su una roccia prospiciente la spiaggia di Sandymount, con le sue belle vestine eleganti che lasciano intravedere guizzi di biancheria intima. Nelle vicinanze, rumori di chiesa, di una cerimonia solenne dedicata alla Vergine Maria le cui note e voci estatiche e salmodianti avvolgono a tratti la scena, come la polvere e i profumi dell’incenso. Ce n’è abbastanza, mi sembra. Non indugio oltre. Aggiungo solo che il clou del capitolo è raggiunto quando a un’esplosione di fuochi artificiali - sempre in onore della Vergine - corrisponde simultaneamente un altro tipo di…virile esplosione.

   Eravamo nella chiesa inferiore della Commenda di Prè. Avevo incontrato la giovane responsabile della Circoscrizione e bisbigliato all’orecchio “Forse è meglio che il sacerdote non ci venga ad ascoltare, perché, sa…”. “Sì, lo so, stia tranquilla - mi aveva interrotto lei, prontamente, con un bel sorriso - stia tranquilla: non verrà”.

   Antonio Vivaldi con i suoi occhi scuri e ironici, voce profonda e un po’ distaccata da perfetto gentleman inglese - oggi si è pure vestito di bianco e sfoggia un paio di bretelle anni ’30 e, se non sbaglio, ha messo pure le ghette - sta leggendo frasi allusive, ma neppure tanto. Ha il giusto tono di chi vuole lasciar correre, un tipo di lettura che - ai tempi in cui iniziavo a far teatro io - si definiva come “buttata via”. Era il modo più moderno per leggere o recitare: una nonchalance che non sottolinea le parole una per una, ma “colora” una situazione, accenna, dà il tono essenziale. Certo non per tutti i testi è valido questo discorso, ma per Joyce sì.

    Il pubblico - che si è raccolto in ampio cerchio intorno a noi dato che i microfoni non funzionano, (ma poi meglio così: è importante creare un cerchio di intimità tra lettore e ascoltatore) - quasi non respira, se ne sta in religioso (è il caso di dirlo) silenzio, i sorrisetti corrono da un labbro all’altro,  anche le palpebre si sono - forse pudicamente - abbassate, qualcuno si guarda pure le punte delle scarpe, molto divertito, quando… Alzando obliquamente gli occhi - io posso farlo dato che non sono intenta alla lettura - intravedo un’ombra nera che fruscia alle spalle del nostro gruppo concentrato, in pratica davanti a noi lettori. Il prete ha fatto una fugacissima apparizione e poi… si è dileguato in un amen. Forse non ha udito né capito. Non ne ha avuto il tempo. E’ solo apparso, per vedere se tutto era a posto.

      (E meno male che Antonio aveva già superato quella parte a dir poco imbarazzante in cui Joyce  disquisisce sul profumo dei preti che sarebbe irresistibile per le donne…)

   Vi assicuro, un’esperienza così  è un po’ fuori dal comune. Lo spirito provocatorio di Joyce può dichiararsi soddisfatto. Avrà mai osato immaginare che questo capitolo potesse venir letto dentro una chiesa (seppure sconsacrata)?

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CARLA FERRETTO (L’Ospedale, ore 19, Studio 18)

Caro Massimo, anti tutto grazie per avermi coinvolta nell'epica giornata. Creare per un giorno Dublino (che purtroppo ho visitato solo con la fantasia)a Genova è stato emozionante. Anche perché, credo, la città di Ulisse-Bloom è sta rivissuta e scritta da Joyce proprio quando lui era in Italia in un altro porto ventoso, Trieste. E' anche per questo che abbiamo disposto sul tavolino candido dell'Ospedale le letterine di legno, saccheggiate da un alfabeto giocattolo, formando il nome Nora: per significare non solo la nascita della lingua e dello scrittore, ma anche la compagna del suo imminente viaggio in Italia, verso la paternità letteraria e reale.. La nostra Genova ci ha offerto macaja, scirocco,ardesie fioche dei caruggi, salmastro e ninfei un po' decadenti, volte medioevali, nottambuli, mackintosh(es?). Dublino rimandava sabbia, mare color pece, torri, vichinghi, magazzeni, università, Pasque di sangue,fantasia e umorismo tagliente, un briciolo di follia visionaria. Ed è stato bello ascoltare o leggere a voce alta, con la forza del respiro e del suono, atmosfere, idee, personaggi in una magica cadenza, un fiume di parole. Noi all'Ospedale ci siamo sentiti un po' druidi un po' stregoni, monaci o attori alla Sheridan, arpisti, medici, teppisti alla O'Casey , gesuiti, provocatori alla Wilde. Io spero di non aver fatto troppo la Lady Gregory, ma mi sono goduta la gioia di essere tutti assieme, di lavorare con persone intelligenti, appassionate e generose. Mi hanno incantato molti: l'ardore dei ragazzi del Cappotto, l'umorismo imperturbato e surreale dei catechisti di palazzo Nicolosio Lomellino, le molte Molly soavi, stralunate, ironiche, nevrotiche, senza età. E, Virgilio instancabile, discreto e sorridente del nostro epico cammino, Massimo Bacigalupo.

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CARY PLOTKIN (L’Ospedale, ore 19, Studio 18)

Sogno di un giorno d’estate

addi seidici o ligurious genevosity of kissowulf's massimum ospidality and imphaty infeeto to a blarmy bloomy flory journey by the shimmering shores of, the summering mummery shores of, --not that day tho', no, nor not that nath night, no, drabdrizzle and greylight for the reedy letturage and on and yawn--butt, natheless! a foin and wheaty fanrizzible hayvento, hey nonny vero, for grampy Jokamo, no? Ma!  Moy!  Che leggendary poloi and in feeny foin fun again for Poldy too.
    
Addio.  Dimmi dormi damme olmo, dimi a favollelo di finto and fanto accanto alle acque di, alle quaendi colaendi acque del luogo day suogni, addio, add

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MARIA CRISTINA CASTELLANI (Il Rifugio, La passeggiatalibrocaffè, ore 21)

Siamo in un rifugio di vetturini o in piccolo delizioso Libro-café” (volutamente scritto alla francese) Siamo in luogo mentale e fisico, dove Genova-Dublino per un’ora e mezza circa si è raccolta a sentire 5 voci (3 mature e 2 giovani) che leggevano il  Nosto-nostro-brano del rifugio nell’immortale viaggio di Ulisse-Bloom con il suo Stephen-Telemaco. Perché immortale? Perché non omnis moriar et multa pars mei vitabit Libitinam. Perché l’erranza ci accompagna nella nostra vita e la stessa erranza ci spinge a cercare nei luoghi della nostra città ancoraggi dove la storia si fa carne.

Ecco, ora siamo in 5 intorno al tavolo. Beviamo birra, in genere in omaggio a Dublino, o forse semplicemente perché ci piace e perché le nostre bocche si stanno asciugando e negli occhi abbiamo grigio e pioggia e all’improvviso verde smeraldo. E Giove Pluvio di Genova e Dublino ci ascolta e comunque in questi giorni un po’ di pioggia a Genova non la si nega a nessuno. E la finestra, aperta sul mare, rivela squarci di porto e l’ultima tardiva luce di giugno. Come se fossimo a Nord-Ovest dell’Europa o del nostro mondo. Perché là i tramonti sono lenti e il sole, anche se pallido, ci accompagna, in estate molto a lungo. Ma è il nostro mondo o quello di Bloom e Stephen? Entro dentro nel libro. Mi infilo fra una pagina e l’altra . Cerco di ripercorrere il loro viaggio come lo posso fare in una brumosa e poco mediterranea sera di giugno. E il fruscio della carta stampata e il libro che ci passiamo da una mano all’altra aprono nuove e vecchie prospettive.

Ma è vero allora che la gente legge? È vero allora che la parola attira ancora? Che le vecchie magiche parole possono essere ascoltate come fossero musica dal vivo, da gente di diverse generazioni che beve birra e mangia spuntini? E io, che non sono un’attrice, posso davvero far sì che gli altri mi ascoltino? Non varrebbe allora la pena di farlo più spesso, rileggendo il tappeto di immagini e suoni di altri libri?

Il libro, come nucleo intorno al quale si condensano le nostre emozioni. Se lo leggo ad alta voce, come facevano gli antichi lettori e lettrici, acquista un significato diverso, più forte, meno individuale. Mi arrotolo le parole in bocca e le lascio fluire perché gli altri ne godano con me. Ma non recito, leggo. E non leggo per insegnare. Leggo per divertirmi e fare divertire gli altri. E gli altri vivono sospesi per un’ora in un bar particolare dove alle pareti altri libri rimandano, come quinte di un teatro dell’immaginario, finestre verso altre letture. Altre culture. Altri uomini e altre donne.

Yellow is the color of my true love’s haircantava Donovan nei multiculturali e multi-tutto anni sessanta, und so weiter con gli altri colori. (Ma alla fine diceva anche: Freedom is a word I rarely use without thinking of the time when I’ve been loved…) Nei colori del Bloomsday 2008, Genova del tramonto lento è grey ed anche un po’ yellow…

Genova dell’affollata mattinata è brown con qualche pennellata di white… Genova di Molly è black con qualche sfumatura di red

Genova-Dublino, grazie a Massimo Bacigalupo ed al Festival di Poesia di Claudio Pozzani, diventa una città di tutti quelli che sanno leggere, mordere e gustare i colori e l’universo arcobaleno umano di Joyce.

E le friggitorie italiane di cui si parla nel Rifugio sono quelle dei nostri frixiolari nostrani e casalinghi di cui sempre meno sentiamo i robusti e unti profumi. Ma sono sostituiti (e non ci piango sopra ma ne prendo atto e riconosco che è una nuova più completa fotografia del mondo) da negozi in cui piatti con kebab si sposano e piccole e grandi confezioni di cuscus. E mi viene in mente che nel Trapanese si mangia il cuscussu.

Ma poi perché mi lascio andare a pensieri golosi? Perché il libro mi lascia con tutti e cinque i sensi ben aperti ed esaurite le sensazioni dei colori e il profumo del cibo ed il gusto della birra che sta preparando la mia gola a rimandare suoni a piena voce (ut queant laxis resonare fibris, come da nascita ufficiale della nostra scala musicale), ecco, mentre legge l’altra lettrice, la sua voce giovane e chiara mi sollecita a pensare alla intergenerazionalità del tutto e poi chi prende la staffetta da lei ha una voce calda e matura e sono ancora due uomini con tonalità diverse che la seguono e mi rendo conto che le voci dei due sessi si prestano, anche se in modo diverso, ad interpretazioni che si intrecciano e si rispecchiano e ora tocca a me…

Prendo il libro dal mio compagno di banco di sinistra (voce stupenda, accordata a meraviglia) e,  come sempre,  il quinto senso (il tatto) mi fornisce un piacere immenso: la carta fruscia ed è morbida e croccante e poi mi tuffo nella giga delle parole. Giga e reel e hornpipe, con i loro tempi diversi,  Oh danny boy the pipes, the pipes are calling…The summer’s gone, and all the roses falling…

È come se le luci si spegnessero ed il riflettore fosse puntato su un microcosmo. Quello dei nostri pensieri. Che sono quelli del mondo che sa leggere. Nella sera di Bloomsday 2008.

Mentre leggevamo, noi non sapevamo che si era spento da poco  in Asiago il grande Mario Rigoni Stern, che, fra l’altro era stato insignito della Laurea h.c. in Scienze Politiche un anno fa, presso il nostro Ateneo. Lui, che avevo avuto la fortuna di conoscere personalmente , aveva detto in una famosa (e unica) intervista con Fabio Fazio: “prendete i libri e spegnete la televisione”… o qualcosa del genere. E me lo aveva ribadito in una delle belle serate genovesi, quando, gustando da uomo che amava la vita, il cibo semplice e buono di un piccolo ristorante locale, avevamo alternato parole e canto, riflessioni e witz. Non lo sapevamo, Mario, mentre leggevamo Joyce, che tu stavi camminando per altri boschi. E che vedevi finalmente in pace le bianche pernici alzarsi dall’Ortigara.

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MASSIMO MILELLA (Il Rifugio, ore 21, Lapasseggisatalibrocaffè)

Era molto tempo che non leggevo di fronte ad un pubblico di passanti. La mia parlata barese e la scarsa acquisizione delle tecniche di dizione "corretta" non fanno di me certamente un lettore così richiesto, tuttavia le sensazioni provate per "Il rifugio" sono state di grande agio ed informalità.
Il riscontro sembrava molto intenso, l'atmosfera familiare, il rifugio concreto. Per, diciamo, mezz'ora.
Poi però abbiamo pagato la scelta di non tagliare il testo qua e là (non riuscendo mai ad incontrarci tutti e cinque contemporaneamente) e abbiamo visto spicciolate di curiosi, un po’ annoiati, un po' saturi, un po' soddisfatti della propria resistenza, uscire dal locale, senza troppi ripensamenti.
Qualcuno, ostentando disinvoltura, si infilava imbarazzato la giacca, evitando di incontrare i nostri occhi, sentendosi forse in colpa per l'abbandono di cui si stava per macchiare (chissà se avrà dormito stanotte); qualcun altro ha rivolto un sorriso di rispetto e di saluto a noi lettori, prima di inforcare l'uscita con la fretta di chi sta per fare irruzione nel Paradiso (anche di costoro e' pieno il Regno dei Cieli); infine, qualcuno, affondato nei divanoni bianchi, giocava a tenere i propri occhi aperti, semi aperti, chiusi, poi semiaperti, aperti, poi semiaperti, chiusi (erano il termometro della lettura). Fino all'applauso finale. Si sono distinte, per la cronaca, poche attentissime cultrici dell'ascolto, che hanno trovato la lettura, addirittura, piacevole.
I soliti beninformati sostengono addirittura che tra loro vi fosse la madre di uno dei lettori. Male lingue.
Il nostro rifugio, unico luogo possibile in cui radunare uno spassoso editore, una incantevole studentessa, un incamiciatissimo attore, una vulcanica dirigente scolastica ed un barese, si e' rivelato un tentativo, curioso, intelligente e purtroppo non completamente riuscito, di raccontare qualcosa di difficilmente raccontabile, pensieri di un irlandese, ebreo, meschinità quotidiane, spacconate di marinai, tutto infarcito di parentesi, circonlocuzioni funamboliche, bestemmie, morti di fame, trallalla e trallallero.
A parte tutto, ne è ampiamente valsa la pena, devo dire che ci siamo divertiti. E non sono mancate nemmeno le birre.
A propos di questo, come penserebbe forse anche Mr. Bloom, sia pure per un solo istante, mi è venuta in mente la seguente volgarità:
ci hanno fatto pagare tutto, fino all'ultima birra. Almeno una, accidenti, potevano offrircela. Così per simpatia.
Il prossimo anno, quella storia che raccontava il marinaio D.B. Murphy sul tiro al bersaglio sull'uovo non ci limiteremo a leggerla. La sperimenteremo sul pubblico. Così imparano a non offrirci nemmeno un caffé, a noi cani raccogliticci.
Prima di tornare a casa, sono passato per i vicoli, seguendo una pista, con l'olfatto sono finito al La Madeleine, dove, oltre al sempre imbronciato gestore, mi sono imbattuto in una fitta selva di orecchie tese ad ascoltare un'affascinante lettrice con la camicia bianca splendente, un paio di occhiali, una voce sorridente.
Sono rimasto dieci minuti, interessato, poi improvvisamente, senza pensarci un secondo, senza motivo, ho infilato la giacca imbarazzato, evitando di incontrare gli occhi di lei, sentendomi forse in colpa per l'abbandono di cui mi stavo per macchiare, ho lanciato un sorriso di rispetto e di saluto all'uditorio alle mie spalle, per farmi largo, e ho inforcato l'uscita, con l'aria di chi sta per fare irruzione nel Paradiso.
Al La Madeleine mancano i divani, ho pensato.
Ed ecco i pensierini finali: leggere l'Ulisse di Joyce per intero, alla città, è un capolavoro di immaginazione e di intelligenza e sono orgoglioso di aver contribuito nel mio piccolo alla piena riuscita. Ma propongo di istituire un premio per l'anno prossimo, un Premio Fedeltà, per il pubblico virtuoso. Ognuno sia dotato di una tesserina, come quelle che danno nei Kebab. Ogni capitolo avrà un suo particolare timbro, che marcherà la tesserina all'entrata e all'uscita. Chi avrà assistito a tutti i capitoli, vincerà un viaggio a Dublino, al Bloomsday dell'anno successivo, una medaglia al merito e un caffe' (almeno uno) alla Passeggiata Librocaffe'.
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RICCARDO SOLIANO/RICCARDO DAVID (La Casa, ore 22, Palazzo Nicolosio Lomellino)

senso di gioco, sono entrato nell’evento del tutto per caso, portato da persona amica

senso di gioco antico, il gioco del teatro e della letteratura, ricordi di liceo e di giovinezza, via balbi significa qualcosa per me come per tanti di noi

reincontrare massimo, già incontrato velocemente qualche volta, ezra pound, emily dickinson ... tutti nomi che evocano un piccolo spazio della mia vita, che tengo nascosto ma di cui vado orgoglioso ... e di cui ho bisogno

di nuovo, lo sdoppiamento della mia identità, quando attraverso quel piccolo spazio e lo vivo, cambio perfino nome

l’emozione di un gioco serio, accostare un mostro (sacro?) come joyce ed un monstrerrimo (sacro?) come l’ulisse

dublino, che significa qualcosa nella mia vita, sia pure per pochissimi giorni

gioco serio con compagni di gioco che non avevo mai visto, ma con cui l’intesa è stata immediata e mi è rimasta la voglia di rifare qualcosa insieme

misurarsi con il funambolo della parola, sfida impossibile con pagine troppo oltre, troppo moderne, scritte quasi 90 anni fa

intraducibile, incontournable, irrecitabile se non, appunto, per gioco

il gioco da bambino, quando guardavo i soldatini cowboys e pellerossa con gli occhi al loro livello e mi sembrava d’essere dentro al forte, sulla collina, nell’accampamento

qui il cortile, il ninfeo, la pioggia, gli sconosciuti e qualche amico che guardano noi, che noi cerchiamo di trascinare nella giornata sconclusionata e sensuale di Stephen e Leopold, nei quali piano piano ci siamo identificati, maschi e femmine

ancora il gioco nell’antro del caffé genovese francese, la ‘cave’ legata, anch’essa!, a pochi vecchi ricordi da cui fuggo

l’emozione di ascoltare, vorrei essere lì sopra, ma non sono una donna

è tardi, siamo insieme, è come se ci conoscessimo tutti, il gioco del viaggio è finito

che cosa ci ha lasciato?

il gioco

il gioco di farsi domande

 §

ORIETTA NOTARI (Il Letto, ore 23, La Madeleine di Via Maddalena)

E’ stata un’esperienza molto coinvolgente, la sorprendente emozione di condividere un racconto di così grande profondità, bellezza e stile. Avvicinare lo splendido personaggio di Molly è stato appassionante.

 




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19 agosto 2008

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Barna William Donovan

The Asian Influence on Hollywood Action Films

McFarland & Company, 2008

 
Filmmakers of the Pacific Rim have been delivering punches and flying kicks to the Hollywood movie industry for years. This book explores the ways in which the storytelling and cinematic techniques of Asian popular culture have migrated from grainy, low-budget martial arts movies to box-office blockbusters such as The Magnificent Seven, Star Wars, The Matrix and Transformers. While special effects gained prominence, the raw and gritty power of live combat emerged as an audience favorite, spawning Asian stars Bruce Lee and Jackie Chan and martial arts-trained stars Chuck Norris and Steven Seagal. As well as capturing the sheer onscreen adrenaline rush that characterizes the films discussed, this work explores the impact of violent cinematic entertainment and why it is often misunderstood.




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18 agosto 2008

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COME RIDEVANO GLI ANTICHI

(Philogelos)


prefazione di Maurizio Bettini,
Il Melangolo, 2008

Come ridevano gli antichi? Sappiamo che nel mondo classico, soprattutto in Grecia, esisteva una grande tradizione comica, costituita da opere di alto valore letterario. Sotto il nome di Philogelos (letteralmente “amico del riso”) viene tramandata una raccolta di circa 270 storielle, che ricordano da vicino le odierne barzellette, e che nel loro insieme delineano un gustoso affresco di una comicità che può essere al tempo stesso greve e surreale, restituendo con insolita freschezza e immediatezza gli aspetti più ridicoli e divertenti di una realtà colta nella sua quotidianità, e popolata di personaggi che si caratterizzano essenzialmente per i loro difetti, che sono anche gli eterni difetti dell’uomo.




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17 agosto 2008

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Vasco versus Socci

 
Il 3 giugno di quest’anno, Antonio Socci pubblicava un articolo su “Libero” nel quale prendeva in giro il “ribellismo”, e non  solo quello, di Vasco Rossi. Fu una bella sorpresa leggere un comunicato del cantante di Zocca che si prendeva la briga di rispondere a tono. Ci piace riproporre qui quel dispaccio. A seguire, alcuni passi dell’articolo di Socci.

"Socci Antonio è una specie di integralista religioso toscano... che qualche tempo fa conduceva un programma televisivo che definire fazioso è dire poco. La cosa che colpiva di più era la sua arroganza. Quella che solitamente contraddistingue "coloro i quali sono convinti di essere i depositari  della Verità".
Ho letto un suo articoletto dove si prendeva gioco di me e della frase di Spinoza che ho detto prima del concerto: "Chi detiene il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette da tristezza".
Tra le altre stupidaggini sul mio conto, metteva in dubbio il fatto che io abbia letto la sua Opera... Visto e considerato che secondo lui sono un analfabeta. Ora io non sono certo un professore di filosofia ma vorrei segnalare all'intellettuale Socci che Spinoza sosteneva questo concetto precisamente nel "Trattato Teologico-Politico".
E sempre nello stesso dichiarava testualmente: "le passioni tristi sono necessarie, provocare passioni tristi è essenziale all'esercizio del potere". Sottolineava inoltre "come ci sia un legame profondo fra il despota e il prete, poiché entrambi hanno bisogno che le persone assoggettate siano tristi".
"Noi musicanti invece, con la nostra musica, portiamo un po' di GIOIA. Forse è proprio questo che dà così fastidio al caro Socci e a tutti quelli come lui".
 Vasco Rossi

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Antonio Socci: Vite spericolate
Fu la mamma che iscrisse Vasco, fin da piccolo, alla scuola di canto del maestro Bononcini. E a 13 anni lui vinse l’ “Usignolo d’oro” che era – ci spiega Wikipedia - “una manifestazione canora modenese, nata per contrastare lo Zecchino d'oro”. Già allora stava contro il Potere impersonato da Mago Zurlì? Fatto sta che giovedì Vasco Rossi ha iniziato il suo concerto (Rai 2, ore 21) citando Spinoza contro il Potere.
Va detto che lì per lì, causa la sua pronuncia bolognese, sembrava avesse detto “Spinosa” e veniva da pensare che si riferisse al giornalista Antonio Spinosa. Invece intendeva proprio citare Baruch, quasi che lui e Spinoza siano da sempre pappa e ciccia. C’è perfino chi l’ha preso sul serio deducendone che il cantante evoca il filosofo secentesco perché “deve sentirselo vicino” (La Stampa, 30/5). Ecco cosa fa Vasco nelle sue notti insonni: legge Spinoza, s’immerge nell’ “Ethica more geometrico demonstrata”, fa le ore piccole sul “Compendium grammatices linguae hebreae”, approfondisce il “Deus sive natura”, si concentra sulla “doppia causalità” e la sostanza come “causa sui”. … In ogni caso se c’è qualcosa di conformistico e piccolo borghese, è il finto ribellismo del mondo benestante della canzone. La “vita spericolata” non è certo la loro: è semmai quella che fanno i normalissimi padri e le normalissime madri di famiglia per tirare avanti una famiglia con 3 o 4 figli. Loro sì che vanno contro i dettami del Potere.




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17 agosto 2008

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Guido Gatti

Aspettare Godot? Tracce di speranza nei drammi di Samuel Beckett

Ancora, 2008, €12.50

Campione di una visione nichilistica, Samuel Beckett forse lascia intravedere anche un messaggio diverso, che dice di un senso dell’esistenza. È la tesi di Guido Gatti che, per far emergere questa prospettiva, fa uso di una lettura sapienziale del testo beckettiano; cioè parte dalla precomprensione che il mondo abbia un senso (radicato, in ultima istanza, nel trascendente) e tenta di rintracciare scintille di questa visione nelle realtà buie e degradate messe in scena dal drammaturgo irlandese. Il mondo stesso manifesta segni, esilissimi certo, di speranza (forse religiosa): in Aspettando Godot, quale che sia l’identità del tanto atteso Godot, un elemento scenico muta simbolicamente: sull’albero «tutto nero e scheletrito» del I atto sono spuntate, nel II atto, «tre o quattro foglie».




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16 agosto 2008

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Adolfo Wildt


L’arte del marmo

Abscondita, 2008,  €13

Accanto al lavoro creativo dello scultore Adolfo Wildt (Milano 1868-1931), importantissima fu l'attività didattica, che trova ne "L'arte del marmo", del 1921, la sua teorizzazione e, a partire dal 1926, la sua realizzazione pratica all'Accademia di Brera, in quella che venne definita "Officina milanese", in cui si formarono molti degli scultori contemporanei. "L'arte del marmo" è l'opera di un artefice, a cui preme trasmettere agli allievi la sua dura esperienza. Tuttavia si insinua in ogni pagina una luce metafisica. Come un alchimista medioevale, come un maestro scalpellino, Wildt conosce tutti i segreti dell'arte di lavorare il marmo, "materia, viva, sonora e splendida, che amai sin da ragazzo di un amore febbrile e disperato". E di questa "lavorazione" Wildt qui parla, con passione, con continui riferimenti all'arte del passato, in uno stile vivissimo, che rende la lettura avvincente anche per chi non abbia un interesse specialistico al tema trattato. A cura di E. Pontiggia.




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