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Silvia Ginzburg (a cura di), Obituaries / 37 epitaffi di storici dell'arte del Novecento, Electa, 2008, €28

Un volume originale che, attraverso la raccolta di testi dedicati alla memoria di illustri storici dell’arte, ripercorre la storiografia artistica del Novecento.

Sandra Baragli:

Gli “obituaries” sono elogi funebri che, nella variante più tipicamente anglosassone, rievocano il percorso individuale e il carattere della persona scomparsa attraverso il suo approccio all’attività svolta, in questo caso la propria riflessione critica e storiografica sulla storia dell’arte. La portata e l’interesse di questo saggio –a cura di Silvia Ginzburg e con un’introduzione di Nicholas Penny- è evidente già scorrendo l’indice, dove appaiono in veste di autori o di “commemorati” molti dei nomi che hanno “fatto” la Storia dell’Arte europea del Novecento: Venturi che parla di Cavalcaselle, Clark che parla di Berenson, von Schlosser che ricorda Wickoff, Kurz che ricorda von Schlosser, Gombrich che commemora Kurz e così via, passando attraverso l’Omaggio a Toesca scritto da Longhi e quello di Wittkover di Krautheimer….
In queste pagine scritte da allievi e/o amici di grandi maestri, si sottolinea lo sviluppo della riflessione critica, il formarsi di un metodo, l’orgoglio di appartenere a “una scuola”. Spesso sono pagine dalle quali trapela l’affetto, la contiguità di vita, la presa di consapevolezza di quanto è stato dato e quanto si è ricevuto dal proprio maestro. Allo stesso tempo, attraverso il racconto della storia di queste persone che hanno trascorso la propria vita accese dalla passione per l’arte e la conoscenza (nel senso più nobile del termine), si ripercorrono le “scoperte”, le attribuzioni, il lento e faticoso formarsi di una “disciplina”, a cui fa da sfondo la Storia del Novecento.

Queste pagine, infatti, pur non soffermandosi sulla vita privata dei protagonisti, ne rivelano ugualmente il carattere e “l’umanità” attraverso i loro scritti e le loro azioni. Così, ancora nell’ ‘800, il Cavalcaselle che quasi come un pellegrino (”Viaggiava a piedi, a piccole giornate, da un paese all’altro, con il fardello in ispalla infilato a un bastone” scrive di lui il Venturi, p.4) percorre le strade d’Europa per osservare, studiare e rilevare le opere d’arte, è un uomo risorgimentale, che partecipa ai moti di Venezia e alla repubblica Romana. La Grande Guerra incomberà poi sulla vita di altri ricercatori e amanti dell’arte, mieterà molte vittime (tra cui Emile Bertaux) e creerà divisioni momentanee tra i Paesi d’Europa (Wilhelm Bode, uno dei fondatori del Kunsthistorisches Institut di Firenze, scrisse nel 1927: “Che la guerra mondiale abbia mostrato l’Italia dalla parte dei nostri nemici (…) non ci ha distolto dall’intraprendere questa edizione della kultur der Renaissance in Italien di Jacob Burckhardt.
Sappiamo cosa la Germania e il mondo intero debbano a questa cultura, e serberemo sempre la nostra riconoscenza all’Italia per questo, e non tenteremo di dissolvere il richiamo che da sempre attrae noi tedeschi verso quel paese
“. p.36 ). Come in molte altre discipline, il Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale uniranno alla tragicità e al dolore della “catastrofe che colpì il mondo tedesco degli studi con l’ascesa al potere di Hitler” (come la definisce Gombrich, p.125) la possibilità di un confronto tra metodi e scuole diverse: molti saranno gli studiosi d’arte accolti in America e in Inghilterra (dove in questa occasione fu introdotto l’insegnamento della storia dell’arte nelle università) e immenso sarà il patrimonio di conoscenze che gli esuli porteranno con sé: Friedländer, Kurz, Gombrich, Panofsky furono tra quelli costretti a lasciare la loro patria.

Da questo libro ben emerge, quindi, un percorso storico della disciplina attraverso le vite di molti dei suoi più insigni cultori; ovviamente si tratta di una selezione, ma che ben riesce a delinearne i momenti fondamentali, anche perché molti altri grandi nomi, come nel caso di Morelli, si ritrovano descritti in queste pagine perché amici o punti di riferimento degli altri. Vivi più che mai appaiono questi grandi Maestri nelle parole di coloro che li ricordano, talvolta anche con toni divertenti (Gonzàles-Palacios che davanti a Zeri, a cui mostra delle foto dell’archivio Berenson da schedare, si sente come “di fronte a una forza ctonia al di là di ogni controllo: mi faceva pensare a Matteo che scriveva sotto dettatura dell’angelo“p. 215), lasciandoci un po’ di nostalgia e, come scrive Nicholas Penny, facendoci sentire “piccoli e limitati, e comunque inadeguati“.

Pubblicato il 28/6/2008 alle 7.35 nella rubrica Diario.

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